Annalisa Stancanelli per Non solo Mozart

Archimede_manus_ferreaUna statua imponente è il ricordo più bello di Archimede di Siracusa, l’unico in tutta la città; è la scultura di Giuseppe Villa che si trova all’ingresso del Liceo Scientifico “O. M. Corbino”, istituto storico, con la sua scritta in latino “Invento speculo naves romanas incendit” che ricorda la leggenda degli specchi ustori. E’ una nuova statua quella che da parte di molti siracusani si chiede adesso per commemorare il grande genio a cui, erroneamente, è invece attribuita una tomba in viale Teracati, meta di molti turisti.

Sulla vera tomba rimane la testimonianza di Plutarco secondo cui Archimede “pregò gli amici e i parenti di mettergli, dopo morto, un cilindro con dentro una sfera, e quale iscrizione la proporzione dell’eccedenza del solido contenente rispetto al contenuto” e il racconto di Cicerone che, nelle “Discussioni Tuscolane”, ricordò di averla trovata in stato d’abbandono:

Quando ero questore in Sicilia mi misi a cercare la sua tomba invasa dalle erbe e dagli sterpi, che i siracusani non conoscevano e anzi negavano esistesse. Avevo infatti sentito parlare di alcuni versi incisi sulla tomba che spiegavano perché essa fosse sormontata da una sfera e da un cilindro. Fuori da Porta Agrigentina c’è un gran numero di sepolture (…); notai finalmente una piccola colonna che a pena superava la boscaglia di sterpi, e su di essa erano raffigurati una sfera e un cilindro… Quando fu aperto l’accesso, ci avvicinammo al lato frontale del piedistallo: si vedeva un’iscrizione quasi dimezzata, in cui i versi si erano corrosi verso la fine di ciascuno.

Così come la morte di Archimede ancora oggi dà vita a suggestivi interrogativi (fu raccontata, infatti, in tre diverse versioni), la ricerca della vera tomba è oggetto di discussioni. Della Siracusa d’età ellenistica in cui visse Archimede rimangono splendide testimonianze nel settore ellenistico-romano del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” (tra le quali una Cariatide dal Teatro Greco e un Telamone dall’Ara di Ierone) e nel Medagliere che contiene straordinarie monete dell’epoca.

Siti della Siracusa ellenistica che, sicuramente, sono stati frequentati da Archimede sono il Teatro Greco, appunto, l’Ara di Ierone, il cosiddetto Orecchio di Dionisio, il porto Grande, il porto Piccolo, l’Arsenale e l’Ortigia. Seguendo il racconto di Livio dell’assedio romano della città, che cadde definitivamente solo dopo lunghi mesi di tenace resistenza dovuta alle macchine inventate dal genio siracusano, gran parte delle vicende che vedono protagonista Archimede si svolgono nel quartiere Akradina che possiamo immaginare esteso dal promontorio di Santa Panagia al Porto Piccolo.

archimedes-death-ray-2L’inizio e la fine del conflitto con Roma, tuttavia, possono immaginariamente collocarsi nell’Isola di Ortigia dove si trovavano la reggia di Gerone, i suoi favolosi giardini dove passeggiò Platone, il quartier generale degli strateghi durante il conflitto, la Fontana Aretusa e il Tempio di Athena, per il quale, secondo alcune fonti, Archimede aveva realizzato un orologio solare e, secondo altri racconti storici, un organo idraulico. Dell’originario Tempio di Athena, oggi, restano le mastodontiche colonne inglobate nella chiesa della Cattedrale di Siracusa. Fu quando dei traditori permisero l’ingresso ai romani attraverso la Porta di Ortigia, i cui resti si possono ancora vedere nei pressi di Piazza Pancali, che la città si arrese definitivamente.

Un luogo importante, scenario di numerose applicazioni tecniche delle teorie di Archimede, è l’Arsenale, in via Dionisio il Grande, posto vicino al cosiddetto Porto Laccio, vicino al quale, secondo Vincenzo Mirabella (il nobile che nel 1613 diede alle stampe un volume sulle “Antiche Siracusae”) poteva trovarsi la casa di Archimede. Fu probabilmente nel quartiere Akradina che si manifestò la genialità di Archimede nella difesa delle Mura che si affacciavano sulla costa davanti all’attuale Chiesa dei Cappuccini, da dove si può iniziare, grazie alla nuova pista ciclabile, una suggestiva passeggiata a nord oltre Santa Panagia e a sud fino a tutta la via Dionisio il Grande. In quei luoghi, durante l’attacco del generale Marcello, sulle navi dei romani venivano gettati massi di enorme peso e anche pece bollente. Archimede faceva scagliare poi sulle navi e sui torrioni d’assalto proiettili di ogni tipo da catapulte e baliste giganti; per ultimo, si racconta, “abbruciò” le navi con gli specchi.

Sugli specchi ustori gli storici ancora oggi propendono più per la leggenda che per la realtà ma alcuni scienziati americani, rileggendo gli appunti di Leonardo da Vinci, hanno trovato dei “cannoni a vapore” e hanno iniziato a studiare una nuova ipotesi; e se invece degli “specchi” Archimede avesse usato altri congegni per danneggiare le navi romane? Le teorie e le macchine di Archimede hanno anticipato i secoli, alcune sue leggi sono state poi riscoperte e confermate solo in età moderna: perché non avrebbe potuto “inventare” i “cannoni a vapore”?

Articolo di Annalisa Stancanelli, giornalista e autrice del romanzo Archimede e il mistero del planetario.


Immagine di apertura: la “manus ferrea”, o artiglio di Archimede. Nella seconda immagine, Archimede impegnato nella difesa di Siracusa.

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