Il Palazzo Serra di Cassano, che si trova a Napoli ed è la sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ha una storia interessante e struggente, con una conclusione poco nota persino ai napoletani. Ho chiesto all’amico Mario Conti di raccontarcela.

Mario Conti per Non solo Mozart

La Storia sa tessere storie. Qui ricordiamo quella, accesa di bagliori romantici, di un pugno di ragazzi perbene che si infiammano a un gioco più grande di loro, e lo reggono fino alle estreme conseguenze. Su tutte, campeggia la figura, giovane e straziante, del principe Gennaro Serra dei duchi di Cassano, la cui vicenda ancor oggi a Napoli inumidisce più di qualche ciglio.

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Il 23 gennaio 1799, sull’onda lunga della Rivoluzione Francese e della discesa in Italia dell’armata del generale Championnet, la famiglia reale di Borbone ripara a Palermo; viene proclamata la Repubblica Napolitana. L’hanno strenuamente e lungamente voluta quei ragazzi perbene; giovani della borghesia colta, ma anche molti rampolli della migliore nobiltà del Regno. Spicca fra questi Gennaro, figlio del duca Luigi Serra di Cassano e di Giulia Carafa. Studi a Parigi, poi di nuovo a Napoli, la vita a corte e nei salotti “sconvenienti” dove germogliano o rimbalzano fermenti illuministi. E poi via via gli echi delle cose di Francia, il montare del disegno utopistico di una Repubblica all’ombra del Vesuvio.

E repubblica è, col sostegno dei cannoni napoleonici. Gennaro Serra di Cassano è nominato capitano della Guardia Nazionale; per divenirne Comandante in seconda. Ma non è un militare, è piuttosto un letterato, uno spirito gentile, amico di poeti, con un probabile legame sentimentale con la nobildonna portoghese Eleonora Pimentel Fonseca, anima del movimento, poetessa e direttrice del Monitore Napolitano.

Eppure, se Napoli è fertile terreno di coltura dell’entusiasmo illuministico di tanta gioventù, non può esserci luogo meno indicato per l’attuazione di un programma politico che ne incarni lo spirito:

vi alitavano savia comprensione, indifferenza gentile, meglio ancora supremo senso della vita, in equilibrio fra pietà e disincanto. Tutto (dal grande e nobile, al futile e meschino) acquistava preziosità inestimabile ma, al tempo stesso, non valeva nulla.
[Enzo Striano, Il Resto di Niente – Loffredo Editore].

Insomma, di rivoluzione in senso stretto non può trattarsi: il linguaggio troppo colto e avanzato usato dai repubblicani anche nei proclami e sulla stampa, il corto circuito istintivo stabilito da Ferdinando col popolino, l’avversione di buona parte del clero, fanno sì che – paradossalmente – il popolo si consideri e resti “dall’altra parte”.

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Maurizio Valenzi, Arresto di Gennaro Serra di Cassano

Ritiratisi i francesi, riorganizzatasi la macchina borbonica dall’esilio, il cardinale Fabrizio Ruffo arma un esercito di Sanfedisti – appoggiato dall’esterno da nomi leggendari: Fra Diavolo, Mammone… – con cui risale la penisola e dopo 144 giorni di repubblica riprende Napoli. Ad una ad una cadono le ultime roccaforti di resistenza dentro la città; cede Capodimonte, tenuta fino all’ultimo da Gennaro e dai suoi uomini.

Ferdinando e Maria Carolina non perdonano. I capi della rivolta sono tutti condannati a morte dal Tribunale di Giustizia. Con Eleonora Pimentel, molta della meglio gioventù napoletana: giuristi famosi, nobildonne, brillanti medici, scienziati di fama internazionale; nomi come Mario Pagano, Luigia Sanfelice, Domenico Cirillo, l’ammiraglio Francesco Caracciolo; tanti altri.

Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte.

Circa la sorte del figlio, il duca Luigi Serra di Cassano confida nella personale amicizia con la famiglia reale; e si muove per assicurargli la grazia. Che non arriverà. Il 20 agosto, a 27 anni, Gennaro sale sul patibolo eretto in piazza Mercato davanti a una gran folla, con altri compagni cui il titolo concede il privilegio della decapitazione; agli altri, ai borghesi, è riservato il cappio. Le cronache gli attribuiscono un’ultima frase davanti al boia: “Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte”.

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Tito Angelini, L’esecuzione di Gennaro Serra di Cassano

Il portone principale di Palazzo Serra di Cassano è su via Egiziaca a Pizzofalcone, rivolto verso la grande facciata di Palazzo Reale. Il vecchio duca ordina che venga chiuso in faccia al re, per mai più essere riaperto. E così viene fatto. L’ingresso del palazzo, oggi sede di un’istituzione di grande prestigio, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è tuttora quello secondario, su via Monte di Dio.

Articolo di Mario Conti


Mario Conti nacque a Napoli, e ciò determinò – più di quanto fosse lecito attendersi – non poco della sua personalità e delle sue predilezioni; omaggio o anatema alla sua città che lo si voglia considerare. In ossequio ai dettami scolastici dell’epoca esordì risorgimentale; per poi approdare a una più meditata considerazione – che i tempi moderni si sono incaricati di evolvere in rispetto e affetto – per la dinastia borbonica. Approdo che non gli impedisce di riconoscere – quando occorre, come in questo caso – il coraggio, la modernità, l’amore, anche nei loro oppositori. Non tutti, naturalmente. Pago dell’informatica e dei suoi derivati che lo hanno a lungo sostentato; ma, soprattutto, sazio della vita d’azienda e di buona parte dei suoi protagonisti, si dedica oggi, innocuamente, ad occupazioni gentili, come la fotografia, e al tentativo di godimento delle innumerevoli e trascurate bellezze, evidenti e nascoste, dell’universo e dei suoi abitanti. Nel rispetto delle leggi rispettabili.

2 commenti all'articolo “Serra di Cassano. Una tragedia napoletana”

  1. Grazie per le utili ed interessanti informazioni su Palazzo Serra di Cassano. Tutto ciò che riporta luce di verità e giustizia su storia, origini e tradizioni della Napoli Nobilissima così tanto offesa e derubata, sfruttata e tradita non solo è molto gradito a noi, suoi figli,
    ma ci restituisce anche un po’ di quella dignità mai perduta e di quel rispetto che nessuno ci può far mancare.
    Rosario Pavesio

  2. E in tale senso vale la pena leggere il bel romanzo di Striano (Il resto di niente) e soprattutto bisognerebbe dare maggior risalto e diffusione a tanti spaccati storici, artistici ed architettonici della nostra amata città, visto che i testi di storia “ufficiali” finanche quelli scolastici, continuano a non rendere onore a Napoli.

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