Annalisa Stancanelli per Non solo Mozart

caravaggio-santa-lucia-siracusaIl quadro “Seppellimento di Santa Lucia” e la cronaca di Don Vincenzo Mirabella sono le due testimonianze certe della presenza di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, a Siracusa. Quello che fu definito il “miglior dipintore dell’epoca sua” giunse nella città di Aretusa nel mese di ottobre del 1608. Il primo interrogativo riguarda la sua provenienza. Da Malta, certo, ma direttamente a Siracusa? Oppure passando da Caltagirone? Per Alvise Spadaro, che ha scritto al riguardo un interessante libro (Caravaggio, il percorso smarrito),

considerando invece che Caravaggio, proveniente da Malta, era diretto a Caltagirone è più probabile che sia sbarcato al caricatore di Gela, alla stregua dei successivi viaggiatori stranieri che avrebbero fatto lo stesso percorso. Ricevuta, verosimilmente da fra’ Bonaventura Secusio, la commissione per la prima tela a destinazione francescana, da Caltagirone avrebbe raggiunto Siracusa.

Un altro degli interrogativi che ruotano attorno alla presenza di Caravaggio nella città riguarda appunto la committenza del succitato quadro. Per Alvise Spadaro:

quanto meno per la destinazione, sembrerebbe fuori di dubbio che la commissione dell’opera si debba a fra’ Bonaventura Secusio, in considerazione della qualità e dell’autorità del personaggio, oltre al fatto che Caltagirone in quell’epoca faceva parte della diocesi di Siracusa. Nel 1724 però, il messinese Francesco Susinno ne avrebbe attribuito il merito al pittore siracusano Mario Minniti.

Un’altra ipotesi, suffragata dall’importanza del personaggio, invece, attribuirebbe al patrizio siracusano Vincenzo Mirabella Alagona la committenza del dipinto.

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Don Vincenzo Mirabella

Marito della nobile Lucrezia Platamone, membro dell’Accademia dei Lincei, Don Vincenzo Mirabella era un uomo coltissimo, appassionato di antichità, che per gran parte della sua vita lesse, comparò e studiò in situ tutte le opere disponibili sulla Siracusa greca e romana, e che ricostruì nel volume dedicato a “Le Antiche Siracuse”. Il libro fu pubblicato a Napoli nel 1613 con il titolo La dichiarazione della pianta delle antiche Siracuse e di alcune scelte medaglie di esse e dei principi che quelle possedettero.

L’opera era corredata di una pianta topografica di Siracusa, distinta in nove tavole che riportavano un’accurata ricostruzione ipotetica della città antica, da Ortigia al castello Eurialo, con l’indicazione di duecento luoghi di interesse storico e archeologico. Il lavoro era arricchito dalle biografie di Archimede, Teocrito, Epicarmo e Tisia. Nel settore dedicato alla Neapoli e alle Latomie del Paradiso, Don Vincenzo Mirabella lasciò ai posteri la testimonianza scritta della visita di Caravaggio alla grotta che oggi porta il nome di Orecchio di Dionisio, e che prima era denominata come “Grotta della Favella”.

Dunque Caravaggio, il pittore fuggitivo, era giunto a Siracusa nell’autunno del 1608; ripartirà probabilmente alla fine del mese di novembre, o nei primissimi giorni di dicembre, ben prima della Festa di Santa Lucia, diretto a Messina, dove la sua presenza è attestata a partire dal sei dicembre. Gli studiosi accennano al fatto altamente probabile che a Siracusa fosse ospitato dagli stessi frati della Chiesa di Santa Lucia, detta extra moenia, una basilica normanna circondata dalla campagna.

La Chiesa di Santa Lucia fuori le mura all’epoca aveva un’alta torre campanaria e uno splendido soffitto ligneo; undici campate di decorazioni raffiguranti stelle a otto punte di derivazione islamica, fiori e crocette. Vi erano raffigurati gli stemmi degli Aragona di Spagna e gli stemmi degli Aragona di Sicilia, con la quadripartizione a croce di Sant’Andrea. Nella quinta capriata si potevano ammirare le due sante vergini siciliane, Sant’Agata e Santa Lucia. Nella Basilica normanna era custodita la colonna del martirio, come riportato dalla tradizione. Scrive Paolo Giansiracusa nel testo Caravaggio fra Malta e la Sicilia curato insieme a Giancarlo Germanà:

Nel mese di ottobre, come affermano con sentimento di fede e di stupore i padri francescani che curano la custodia delle catacombe luciane, nella Basilica normanna di Santa Lucia extra moenia, a Siracusa, nel primo pomeriggio al tramonto del sole gli ultimi raggi di luce entrano dal rosone quattrocentesco del prospetto e inondano la navata centrale fino a raggiungere il presbiterio e colpire la parete absidale. Questa stessa luce vide il Caravaggio quando nei primi giorni di ottobre del 1608 giunse fuggiasco a Siracusa, dopo essere evaso dal carcere maltese de La Valletta. Quella stessa luce, del giorno che muore, volle dipingere nel “Seppellimento di Santa Lucia”. Una luce tenebrosa che ha la vibrazione dell’ultimo palpito vitale ma anche l’odore della morte, trascinato da quel pulviscolo grigio ruggine che da lì a poco coprirà per sempre, come una coltre pesante di terra e sangue, le tenere carni della vergine.

Come ricorda Giansiracusa, sulla testa del Caravaggio pendeva un bando capitale e inoltre, a Malta, egli aveva commesso un altro misfatto per il quale era dovuto scappare dall’isola. I biografi, sulla natura di questo “delitto”, non sono concordi.

Caravaggio permane a Siracusa almeno due mesi. Indizi sui percorsi fatti da questo illustre viaggiatore, che compie probabilmente un giro delle antichità di Siracusa ben prima dei celebri viaggiatori stranieri del Grand Tour, sono appunto il racconto di Don Vincenzo Mirabella e alcuni elementi del grande quadro dedicato al seppellimento della Santa patrona di Siracusa, l’amatissima Santa Lucia. Alcuni biografi hanno evidenziato, anche, che la madre del pittore si chiamava Lucia e per questo l’artista potrebbe averle indirizzato una devozione particolare. Sul quadro, oggi esposto nella Chiesa di Santa Lucia alla Badia, Paolo Giansiracusa rileva che:

la scena, così sinteticamente descritta dal Bellori, è buia e le pareti di roccia viva che la chiudono ricordano i costoni ripidi, intagliati dai greci nella balza rocciosa di Neapolis ed Acradina(…). L’ambiente, costruito con un grande senso di spiritualità ed in modo da ottenere l’effetto del raccoglimento comunitario, sembra quello delle cripte catacombali siracusane. La scena siracusana è ambientata in una cripta intagliata nella viva roccia; si tratta di uno scenario di morte facilmente riscontrabile dal Merisi nelle catacombe che, con intricati percorsi, in tre ramificazioni principali, sforacchiano il tenero tufo sottostante le balze rocciose dell’antica Acradina.

Il dipinto è stato studiato, infatti, e analizzato in tutti i suoi dettagli e nella sua “location” da vari storici dell’arte i quali hanno suggerito, appunto, che l’ambiente (una parete con il suo arco e l’accenno di una galleria) ricorda le catacombe di San Giovanni e una parte della Cripta del Santo Marciano. L’atmosfera che aleggia attorno alle figure centrali del quadro porta i colori del dolore, ma il diacono con il manto rosso suggerisce lo spirito della rinascita. Non sembra ardito pensare che Don Vincenzo Mirabella, che per primo aveva rilevato e disegnato la mappa delle Catacombe di San Giovanni, che è inclusa nella sua mastodontica opera, avesse condotto il celebre artista, che lui stesso definisce “un pittore singolare dei nostri tempi, Caravagio” a visitarle. A quel tempo l’accesso alle catacombe di Santa Lucia era, invece, interrato. Nel testo succitato Giansiracusa rileva, confermando l’itinerario compiuto dal pittore, probabilmente sempre con la guida del Mirabella (uomo molto potente a Siracusa all’epoca e capace di proteggere con la sua influenza un fuggitivo), che:

il Caravaggio ambienta il Seppellimento all’interno della Catacomba di San Giovanni e in particolare con il fondale della parete est della cripta di San Marziano. Ciò per più di una ragione: per la presenza del sepolcro di Marziano, il primo Vescovo della città; per la credenza popolare secondo la quale in questo luogo predicò San Paolo nei tre giorni di presenza a Siracusa; per il culto particolare a Santa Lucia che in questa cripta è stato vivo nel passato così come dimostra un affresco medievale che ritrae la Vergine siracusana.

Tornando agli spostamenti del pittore, nel 1608 muoversi fuori dalla cittadella Ortigia, per un fuggitivo, era più semplice che entrare e spostarsi dentro l’Ortigia, fortificata e con l’ingresso presidiato dalle guardie spagnole. Vincenzo Mirabella, nell’opera di cui sopra, riporta un brano dedicato alla grotta detta Lapicidine. Così narra: dopo che al pittore il Mirabella raccontò di Dionisio e dei prigionieri che egli vi rinchiudeva e faceva spiare, Caravaggio…

…come il tiranno per voler fare un vaso che facesse sentire le cose servisse, non volle altronde pigliare il modello che da quello che la natura per il medesimo effetto fabricò. Onde ei fece questo Carcere a somiglianza di un orecchio, la quale cosa sì come prima non considerata, così dopo saputa ed esaminata, ha portato ai più curiosi doppio stupore.

Il resoconto del Mirabella non solo è un’importante testimonianza storica della presenza di Caravaggio alle Latomie, ma evidenzia anche lo spirito scientifico dell’artista, e la sua cultura.

Fecer crudel congiura,
Michele, a’ danni tuoi Morte e Natura:
Questa restar temea
Da la tua mano in ogni imagin vinta,
Ch’era da te creata e non dipinta.

Caravaggio era anche amico del poeta Gianbattista Marino che gli dedicò versi nei quali sottolineava il grande talento del pittore (qui riportati, dal componimento Galeria).

Un personaggio contraddittorio, l’artista e viaggiatore Caravaggio, capace di stare nei salotti romani e anche di frequentare i quartieri più poveri delle città.

Una descrizione indimenticabile ne dà, ad esempio, Luca, barbiere di Sant’Agostino:

Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poco di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine (…) che portava un paro di calzette negre un poco stracciate, che porta li capelli grandi longhi dinanzi.

Annalisa Stancanelli


Giornalista, scrittrice e dirigente scolastica, Annalisa Stancanelli è laureata sia in Lettere e Filosofia che in Storia Contemporanea. Vive a Siracusa e collabora con la redazione “Cultura e Spettacoli” del quotidiano La Sicilia; ha pubblicato numerosi articoli su riviste cartacee e telematiche, occupandosi in particolare di Stefano Pirandello, di Caravaggio e del suo viaggio a Siracusa, di Elio Vittorini e di Archimede. Ha vinto premi letterari e giornalistici ed è autrice di romanzi e saggi: Vittorini e i balloons, Francesco Paolo Perez-cuore siciliano anima italiana, Archimede e l’enigma della Sfinge, To Venice with love-innamorarsi su FaceBook, La Beatrice Svelata di Francesco Paolo Perez nella critica dantesca dell’Ottocento, Pavese, Vittorini e Topolino.

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