Nel corso dell’anno che volge al termine si sono celebrati i cinquant’anni della rivista Linus attraverso numerosi articoli, mostre, pubblicazioni. Il pezzo che segue si occupa del rapporto che uno dei massimi esponenti della letteratura italiana del ‘900, Elio Vittorini, ebbe con i fumetti e con Charlie Brown in particolare. Nella foto, dall’archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Elio Vittorini (sulla destra) è con Alberto Mondadori, nel 1946.

Annalisa Stancanelli per Non solo Mozart

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La rivista Linus nacque cinquant’anni fa, nel 1965, ed ebbe alcuni padrini d’eccezione: Umberto Eco intervistò Elio Vittorini e Oreste del Buono proprio nella prima pagina del primo numero. Linus, diretta da Giovanni Gandini, era una pubblicazione pensata per gli adulti che offriva al lettore i classici del fumetto e le novità che si presentavano sul panorama mondiale dei comics. Nel primo numero comparivano le storie dei Peanuts di Charles M. Schulz, Li’l Abner e Krazy Kat, e un episodio completo di Braccio di Ferro.

Popeye era una vecchia conoscenza dello scrittore e intellettuale siracusano Elio Vittorini, che nel lontano 1946 su Politecnico — la rivista da lui diretta dal 1945 al 1947 — aveva inserito alcune strip in lingua originale. Era stato Vittorini ad aprire per primo le porte della cultura ai fumetti. Nella famosa intervista con Eco e Del Buono sul primo numero di Linus, Vittorini parlò della sua passione per i fumetti, che conosceva fin dall’infanzia grazie al Corriere dei piccoli, e dei suoi tentativi di sottrarli al genere della sottoletteratura presentando su Politecnico alcune “storie a quadretti” di Disney, nonché i comics di Popeye e di Barnaby.

Io mi sono sempre interessato di fumetti da tempi lontanissimi, da quando ero ragazzo. Me ne occupavo anche ai tempi di “Politecnico” e ricordo che una volta ho pregato il nostro amico Del Buono di intervenire su certi fumetti americani parlandone non soltanto sotto il profilo sociologico, come succede di solito, ma anche sotto il profilo storico. (…) Avevamo anche cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno “spirito di fumetto” c’era anche nel tipo di impaginazione che usavo per il Politecnico dove poi c’era una appendice interamente dedicata ai fumetti: Trevisani vi curò la pubblicazione di Li’l Abner e di Barnaby, il ragazzo afflitto dalla psicanalisi. Le storie di Barnaby erano uscite durante la guerra e noi su Politecnico ne riportammo due o tre.

Popeye piaceva molto a Vittorini che aveva scritto al riguardo, su Politecnico:

Popeye arriva forse unico ad essere personaggio che ha vissuto di realtà propria giungendo ad avere una sua moralità. Per questo possiamo pensare Popeye al fianco di personaggi del racconto di tutti i tempi: è come un personaggio di Dickens, non come un personaggio di De Amicis.

Lo scrittore siciliano era un coraggioso sperimentatore; sulla rivista da lui diretta aveva dedicato all’Officina Disney una pagina intera. Vittorini era anche un grande lettore di Topolino negli anni Quaranta del secolo scorso, ma il suo interesse andò diminuendo quando nel dopoguerra le vicende del celebre topo si conformarono alle ideologie socio-politiche dominanti. Lo confessò in un’intervista del 1964, in cui rilevò il cambiamento subito da Topolino: “prima eroe liberatore tipico della leggenda USA, ed ora un conformista, un aiuto poliziotto”.

Vittorini riconosceva ai fumetti un loro valore, non si poneva il problema di classificarli perché, come scrisse su Politecnico,

dove il disegnatore riesce a creare un mondo poetico i fumetti non sono più solo racconti per ragazzi ma personaggi umani con un loro preciso messaggio, sia pure modesto, da annunciare al mondo. Dimostrano che è possibile raccontare (e raccontare bene) con qualsiasi mezzo; anche con le storielle a quadretti.

L’autore della celebre antologia di scrittori statunitensi Americana conosceva perfettamente l’inglese e nel primo numero di Linus raccontò a Umberto Eco di come si fosse appassionato ai Peanuts e a Charlie Brown.

Charlie Brown è venuto per un accidente. Io mi facevo mandare dall’America, da amici che ho lì, i supplementi domenicali dove ci sono i fumetti, però questo non l’avevo notato perché quelle persone non mi mandavano mai la pagina giusta. Finalmente una volta ho visto in mano a una ragazza della Mondadori, nel ’58-59, un album ancora di quelli formato “forze di liberazione”. Incuriosito, me lo sono fatto dare e ricordo che passai il resto del pomeriggio mondadoriano a guardarmeli. Da allora li ho cercati sempre.

L’intellettuale siracusano era un estimatore di Charlie Brown; infatti, quando Del Buono nel corso dell’intervista affermò che sulle prime il personaggio non lo aveva appassionato, Vittorini diede una spiegazione della cifra delle strisce di Schulz.

Il primo contatto in effetti non soddisfa; una singola strip di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però, nella quantità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strips si succedono costituite, un po’ come le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l’una, di quattro invariabili e una variabile l’altra, si ha allora un “continuo” che approfondisce non solo numericamente il significato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.

La riflessione sul fumetto di Vittorini colpisce soprattutto quando l’intellettuale siracusano utilizza il termine “poesia”. Quando Eco gli chiede come collocare Schulz nella letteratura americana, Vittorini risponde:

Bisognerebbe prima stabilire a che tipo di letteratura appartiene Schulz, ma comunque, senza andare nel difficile, io lo avvicinerei a Salinger, però con un interesse molto più ampio e secondo me molto più profondo. (…) Salinger, resta, se vogliamo, poeta: però non riesce ad essere il poeta di una società, rimane un prodotto in fondo molto letterario (da questo punto di vista Ring Lardner, l’effettivo creatore del racconto “hot “, o meglio “hard-boiled”, soddisfa meglio certe esigenze di impegno). Salinger è un “patetico” che evade nel mondo dell’infanzia la quale non è, per lui, rappresentativa del mondo degli adulti, della maturità come lo è per Schulz dove l’infanzia è il “signifiant”, il veicolo di questo mondo completo che è l’uomo maturo, un po’ come Johnny Hart (quello di B.C.) che rappresenta il mondo moderno attraverso l’età della pietra.

La passione per i fumetti manifestata dallo scrittore siracusano e il legame speciale che egli aveva con i Peanuts e la rivista Linus fu celebrata nel mese di marzo del 1966, quando, alla morte di Vittorini, Umberto Eco vi scrisse:

Vittorini leggeva i fumetti, si divertiva con freschezza, ne ragionava con rigore critico, cercava di capirli, di farli capire, di giudicarli, nel bene come nel male, senza false compiacenze, senza snobismi. Non li “accettava”, li affrontava perché esistevano, e dunque dovevano significare qualcosa, e lui non poteva sottrarsi, doveva gettarsi anche in questa mischia, per chiarire, per capire, per far capire. (…) Per Vittorini non (…) pareva che esistesse distinzione di dignità tra una storia tutta scritta e una storia tutta disegnata: gli premeva solo che un libro desse qualcosa, stimolasse la fantasia, documentasse una situazione, un modo di pensare; sapeva che si può riflettere sull’uomo sia in endecasillabi che in strisce.

Nel suo ricordo di Vittorini, Eco sottolinea che

per fortuna, a un uomo alieno dalla retorica come Vittorini, nessuno penserà di erigere un monumento. Ma se per pura e paradossale ipotesi dovesse succedere, io raffigurerei su quel monumento tutti i personaggi di Vittorini, il Gran Lombardo di “Conversazione in Sicilia” e il nonno elefante di “Il Sempione strizza l’occhio al Frejus” che aveva costruito anche le Piramidi, il partigiano di “Uomini e no”, Erica e “La garibaldina”… E poi raffigurerei i grandi scrittori che egli ci ha fatto conoscere, e i giovani scrittori che egli aveva “inventato”. Ma in un angolo – e credo che non sarei irrispettoso – raffigurerei Charlie Brown, e B.C. e il Bernard Mergendeiler di Feiffer, e Krazy Kat che tiene Snoopy per mano; in modo che fosse ricordato da tutti coloro che ha amato.

Nell’aprile del 1975 Oreste del Buono su Linus ricordò ancora il coraggio intellettuale di Vittorini, ripubblicando l’intervista del 1965, e spiegò: “ho riportato l’intera chiacchierata per ricordare meglio l’intervento dell’amico che Linus ha avuto sino dagli inizi del suo primo decennio e per avere l’occasione di confermare agli inizi del secondo decennio la mia e la nostra gratitudine, il mio e il nostro ricordo, la mia e nostra tenerezza per l’uomo che forse ha fatto di più per strappare la cultura italiana all’accademia e alla retorica”.

Annalisa Stancanelli


Giornalista, scrittrice e dirigente scolastica, Annalisa Stancanelli è laureata sia in Lettere e Filosofia che in Storia Contemporanea. Vive a Siracusa e collabora con la redazione “Cultura e Spettacoli” del quotidiano La Sicilia; ha pubblicato numerosi articoli su riviste cartacee e telematiche, occupandosi in particolare di Stefano Pirandello, di Caravaggio e del suo viaggio a Siracusa, di Elio Vittorini e di Archimede. Ha vinto premi letterari e giornalistici ed è autrice di romanzi e saggi: Vittorini e i balloons, Francesco Paolo Perez-cuore siciliano anima italiana, Archimede e l’enigma della Sfinge, To Venice with love-innamorarsi su FaceBook, La Beatrice Svelata di Francesco Paolo Perez nella critica dantesca dell’Ottocento, Pavese, Vittorini e Topolino.

1 commento all'articolo “Elio Vittorini, Braccio di ferro e Charlie Brown”

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