Truffa alla nigeriana: illustrazioneNon conoscevo ancora l’espressione truffa alla nigeriana quando ricevetti su LinkedIn un messaggio da tale Zayat C. Kouki, residente nel Benin. Costui — in un inglese un po’ zoppo — affermava d’essere l’avvocato del defunto Thomas Charbonnier, petroliere, falciato (lui e l’intera sua famiglia) da un incidente d’auto, sicché il suo patrimonio ammontante a 14.500.000 dollari rischiava di far muffa in una banca del Benin se io, a Zayat C. Kouki, non avessi mandato una email immantinente.

Voi direte: hai cestinato il messaggio facendoti un sacco di risate, o no? O magari con sdegno, e segnalando l’account a LinkedIn, o no?

Ebbene, no. A segnalare l’account ha pensato qualcun altro, tant’è che il giorno dopo il principe del foro del Benin era sparito dal social. Però, non essendo mai incappata in cose simili, son stata presa da una curiosità di vedere dove costui sarebbe andato a parare e ho deciso di rispondergli. L’avventura si è trascinata per un po’ e ha avuto del meraviglioso.

Truffa alla nigeriana, fase 1: fede, speranza e carità

Questo individuo, via email, mi ha scritto grossomodo (traduco):

Sono un Uomo molto rispettato con figli e così come una testa religiosa che no non fa nulla contro Dio e l’umanità, in quanto avvocato in futuro io non mi sono immischiato in niente di attività criminali inoltre non ti coinvolgerò in niente che attività criminali OK, la tua visita è gradita qui in Benin per scoperte dei fatti e accertare la trasparenza della transazione.

La quale transazione consisteva nel fatto che il patrimonio del mio omonimo defunto (14 milioni di dollari e passa, ripeto) ce lo saremmo diviso al 50% io e il suddetto avvocato.

Per cominciare, avrei dovuto inviargli una serie di dati personali. Ovviamente NON l’ho fatto. In questa fase immaginavo che il suo scopo fosse accedere a documenti e identità di gente in giro per il mondo, e farci chissà che.

Gli ho risposto quindi con due righe evasive e lui, cosa che mi ha lasciata stupefatta, mi ha ringraziata per la fiducia, mi ha detto che aveva già compilato il modulo relativo alla transazione finanziaria (“bank form”), che sarei stata contattata dall’istituto di credito, che poi lui sarebbe venuto nel mio paese (non “in Italia”: lettere fatte con il copia-incolla) per parlare di piani di investimento, e ha ribadito che ci saremmo smezzati il patrimonio del defunto, ammontante a 9.700.000 dollari.

Ops. Non erano oltre 14? Che fine hanno fatto quei 5 milioncini di USD?

Truffa alla nigeriana, fase 2: la banca che non c’è

Mi arriva dunque una email da una banca del Benin che credo non esista. Nell’intestazione della email compare un logo che, a cliccarci su, risulta caricato su Google Images (!) e un sito di una banca con quel nome e un logo simile effettivamente in rete c’è, ma ha l’aria del fasullo. Nella email il sedicente banchiere, di nome Marc Tankpinou, mi chiede di mandargli un mio documento di identità. Io non gli rispondo proprio.

Zayat C. Kouki va in fibrillazione e mi scrive per sapere se ho ricevuto la email della banca e come mai non mi sono fatta viva, sottolineando l’urgenza e l’importanza della questione. Io, che mi sono un po’ stufata, gli ingiungo di lasciarmi in pace a meno che non sia in grado di (a) produrre copia del modulo relativo alla transazione finanziaria che avrebbe compilato per me (b) inviarmi lui per primo, e Tampinou per secondo, documenti a prova della loro identità e della loro relazione col mio omonimo defunto (c) spiegarmi che fine hanno fatto i 5 milioni di dollari di cui sopra.

Ovviamente, silenzio di tomba.

Ma non per molto.

Truffa alla nigeriana, fase 3: preveggenza

Dopo un paio di settimane mi arriva via email l’autentico capolavoro qui sotto, che mi ha restituito il buonumore in una giornata grigia. Un “documento” datato 2010 che attesta la morte di una persona avvenuta nel 2011.

certificato

Fase 4 della truffa: chi non muore si rivede

L’avvocato non demorde. Dopo un altro mese riciccia, come si dice a Roma, dicendosi tanto dispiaciuto di non aver potuto effettuare l’operazione finanziaria con me; grazie a Dio, però, ha trovato un grande businessman internazionale che si è fidato di lui; si sono incontrati a Londra e hanno completato la transazione con successo. Però, accipicchia, che avrei dovuto avere più fiducia in lui, Zayat C. Kouki me lo fa un po’ pesare. Cita un paio di brani della Bibbia, non so quanto pertinenti, e aggiunge:

Ma il mio solo consiglio per te, da parte di un uomo maturo, è che la prossima volta che ti capita un’occasione del genere non devi dare retta solo alla tua parte razionale, perché nella vita le opportunità capitano una volta sola.

Dopodiché, mi annuncia che mi regalerà 450.000 dollari. Giuro. Come compenso e apprezzamento “degli sforzi che ho fatto in passato per assisterlo sulla questione”. Devo solo scrivere a un pastore (nel senso di religioso) di nome Frank Osei, che vive nel Ghana e che mi farà avere una carta di credito emessa a mio nome, sulla quale tale somma è stata caricata.

A quel punto io non riesco a resistere alla tentazione di riprendere il balletto e gli rispondo melliflua che c’è stato un malinteso, che mi sono sempre fidata di lui al 100%, che mi spiace tantissimo che le cose siano andate in questo modo, che lo ringrazio di cuore per la generosa offerta. E scrivo subito al pastore, mettendolo in copia.

Epilogo: delirio internazionale

Mi arriva una email con oggetto “Che il Signore sia con te”. Alla quale sono allegate le due foto qui sotto. Un pacchetto qualunque, immagine modificata pure male alla quale sono state evidentemente aggiunte le scritte al computer, e quella che sembra proprio una carta di credito Mastercard. Il pastore mi dice che devo contattare lo spedizioniere per fornire il mio indirizzo, così poi me la mandano a casa, bella e caricata dei miei $ 450.000.

pastore

Lo spedizioniere ha sede a Pechino, a giudicare dal sito che mi linka il pastore. Di certo non ho intenzione di scrivere a costoro, mentre mi punge vaghezza di indagare su quella carta di credito che mi giganteggia sotto gli occhi.

Cerco il numero verde della Mastercard, chiamo e mi rispondono da una sede inglese. Spiego che sono in possesso di un numero di carta di credito loro e che vorrei sapere a chi è intestata.
L’operatore (gentilissimo e preparatissimo, con accento tedesco) mi risponde che quella è un’informazione che loro non possono dare.
Gli spiego per sommi capi la questione e gli chiedo se può dirmi almeno se la carta risulta emessa dalla banca il cui nome vi campeggia.
Lui nega con decisione: la banca non è quella. E aggiunge che la sequenza numerica indica che la carta è stata emessa in Libano.
Io strillo: ma come, in Libano?!?!
(Prima Benin, poi Ghana, poi Cina, adesso Libano mentre un’italiana dal cognome francese parla al telefono in inglese con un tedesco).
Lui conferma, e si offre di darmi il numero della Mastercard di Beirut.
Io, ormai esausta: “No, grazie. Non mi metto di certo a chiamare la Mastercard a Beirut”.
E lui: “Allora gliela passo io!”
E dopo un minuto circa, odo la voce di una gentilissima signora libanese la quale già sa tutto perché il collega tedesco che vive a Londra le ha spiegato che c’è un’italiana che vuole informazioni su una carta teoricamente emessa nel Benin.
La signora mi conferma che la carta invece è libanese e mi dà un’altra informazione: la carta è stata bloccata.
La ringrazio, la saluto caramente e chiudo.

Né l’avvocato, né il banchiere, né il pastore si son più fatti vivi. Bisogna riconoscere a costoro la capacità di non demordere e una certa abilità nel manipolare le emozioni del pollo di turno; meno furbi mi sembrano scivoloni quali la somma che oscilla e il certificato di morte fasullo con le date impossibili. Due domande:

  1. Ma davvero c’è qualcuno che ci casca?
  2. A quale punto della storia mi avrebbero chiesto di mandargli del denaro? Perché insomma la tecnica è quella: a un tratto ti dicono che è necessario sborsare qualche centinaio di euro o dollari per sbrogliare la pratica e tu, convinto/a che ti arriveranno milioncini, paghi.

Immagine di apertura: Elhombredenegro.

1 commento all'articolo “Truffa alla nigeriana: vi racconto la mia”

  1. certo che c’è chi casca! mio zio ha gia mandato giu 150 mila euro in almeno 15 transazioni! ha venduto la casa e non ha piu un soldo! ha rovinato completamente la famiglia e la sua vita! ora gira come uno zombie in cerca di denaro per mandarne giu ancora.. sta storia va avanti da 3 anni! abbiamo provato anche l’interdizione ma nulla.. troppa burocrazia.. non so se sono bravi loro.. o è coglione mio zio! probabilmente sarà l’insieme delle 2 cose. Ho provato a contattare anche LE IENE e STRISCIA LA NOTIZIA ma nessuno mi ha risposto

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