Lunedì 17 ottobre, a Roma, leggerò alcuni Canti di Giacomo Leopardi in italiano e in traduzione francese — in coppia con Alessio Caruso — nell’ambito di una serata consacrata al grande intellettuale e poeta, organizzata dall’Union des Français de Rome et du Latium in collaborazione con l’Institut français Centre Saint-Louis. L’iniziativa ha lo scopo di far meglio conoscere l’opera poetica leopardiana al pubblico francese; l’articolo che segue, che ho tradotto in italiano, è uscito sul numero 501 (settembre/ottobre 2016) della rivista Forum dell’Union des Français de Rome et du Latium.

Artémisia per Non solo Mozart

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ferrazzi, ritratto di Giacomo Leopardi (particolare). Recanati, Casa Leopardi.
…conosciuto, ancor che tristo,
Ha suoi diletti il vero.
(Al conte Carlo Pepoli)

Se il nome di Giacomo Leopardi (1978-1837) è giustamente conosciuto in Francia, la sua opera — in particolare quella poetica — lo è meno. I Canti è l’unica raccolta di componimenti poetici del grande intellettuale italiano (autore peraltro di numerosi saggi, scritti filosofici, studi filologici, traduzioni dal greco e dal latino, e quant’altro); ne comprende una quarantina, composti tra il 1818 e il 1836. Inedita combinazione di contemplazione e meditazione filosofica, essi lasciano udire la voce di un giovane uomo dalla salute fragile, ma dall’immaginazione e dal pensiero potentemente originali.

Un’anima accesa

Rinchiuso fino al ventesimo anno di età nell’universo quasi carcerario della biblioteca di famiglia a Recanati (oggi musealizzata e visitabile), Leopardi sviluppa — e non è l’ultimo dei suoi paradossi personali — una capacità immaginativa straordinaria. Contro tutte queste prigioni (il suo corpo gracile, la biblioteca del castello di suo padre, la vita provinciale di Recanati), il giovane uomo protesta con tutta la forza della sua anima possente; i limiti oggettivi che lo costringono sono a un tempo fonte della desolazione del poeta, e terreno fertile della sua opera.

Composta dopo un fallito tentativo di fuga da Recanati, la celeberrima lirica L’Infinito (1819) evidenzia la profondità di questo intelletto eccezionale:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
[…]
Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Un corpo che dà tormenti

Non molto tempo dopo, e anche grazie all’amicizia del poeta Pietro Giordani con il quale intrattiene una corrispondenza, Leopardi finalmente lascia Recanati e intraprende un viaggio che lo porterà in diverse città italiane (tra le quali Milano, Bologna, Firenze, Pisa, Roma e Napoli).

Alfred de Musset, nel saggio Le poète italien Leopardi (pubblicato da M.me Martellet, Alfred de Musset intime, Juvier, Parigi, 1906), esprime un giudizio senza mezzi termini sulle donne italiane, le quali “non comprendono come l’intelligenza sia degna d’amore. Senza dubbio esse la apprezzano e la onorano, ma giammai un gobbo che possieda il genio di Apollo varrà per loro quanto un uomo di bell’aspetto”.

Vittima di deformità fisiche e malanni cronici, Leopardi del resto non si fa illusioni circa la propria capacità di sedurre (“Virtù non luce in disadorno ammanto”, L’ultimo canto di Saffo; “Ahi come mal mi governasti, amore!”, Il primo amore). Ed è a Firenze, all’inizio degli anni 30 dell’Ottocento, che vivrà l’esperienza, particolarmente crudele, di un amore non corrisposto: quello per la bella Fanny Targioni Tozzetti, che gli preferirà il suo amico scrittore Antonio Ranieri… nondimeno, il poeta le rende un omaggio sublime, ancorché dolce-amaro, in Aspasia:

Né tu finor giammai quel che tu stessa
Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
Che smisurato amor, che affanni intensi,
Che indicibili moti e che deliri
Movesti in me; né verrà tempo alcuno
Che tu l’intenda. In simil guisa ignora
Esecutor di musici concenti
Quel ch’ei con mano o con la voce adopra
In chi l’ascolta.

Un’opera poetica possente

Spesso si è rimproverata a Leopardi, al suo tempo e ancora oggi, la sua vena malinconica. Alcuni Canti ne sono imbevuti; non varrebbe a molto negarlo (“E lunga doglia il sen mi ricercava, / Com’è quando a distesa Olimpo piove / Malinconicamente e i campi lava”, Il primo amore).

Alcuni attribuiscono tale malinconia espressiva anche all’infelicità causata dai dolori fisici dell’uomo, correlazione che egli, quand’era in vita, rifiutò al pari di una scusa banale; poiché il suo intento è più profondo, per non dire filosofico. E allo stesso modo il fine ultimo dei suoi componimenti, pur magnifici, non risiede nella sola estetica. Essi vanno ben più lontano; Leopardi si onora della propria lucidità (“conosciuto, ancor che tristo, / Ha suoi diletti il vero”, Al conte Carlo Pepoli), anche in opposizione al senso comune (“Quanto estimar si dee, che fede inspira / del secol che si volge, anzi dell’anno, / il concorde sentir!”, Palinodia al marchese Gino Capponi). Egli non si considera un romantico e neppure, in senso proprio, un pessimista (“Vivi felice, se felice in terra / Visse nato mortal”, L’ultimo canto di Saffo), sebbene tale qualifica non di rado affianchi l’uomo, così come la sua opera.

logo_union_franc%cc%a7ais_romeD’altra parte, agli occhi del poeta, sembra difficile immaginare la felicità delle masse, quando ogni giorno si riscontra la perdurante infelicità degli individui: “non potendo / felice in terra far persona alcuna, / l’uomo obbliando, a ricercar si diêro / una comun felicitade; e quella / trovata agevolmente, essi di molti, / tristi e miseri tutti, un popol fanno / lieto e felice”, Palinodia al marchese Gino Capponi. O ancora, “Valor vero e virtú, modestia e fede / e di giustizia amor, sempre in qualunque / pubblico stato, alieni in tutto e lungi / da’ comuni negozi, ovvero in tutto / sfortunati saranno, afflitti e vinti; / perché die’ lor natura, in ogni tempo / starsene in fondo”, ibidem. Nemico dei falsi candori, Leopardi è in effetti profondamente convinto che sia “Sempre il buono in tristezza, il vile in festa / sempre e il ribaldo”, ibidem.

Egli mantiene così una voce perlomeno dissonante in un’epoca decisamente politica e positivistica, universalistica e favorevole al progresso in tutte le sue forme. Il suo proposito espressivo è unico e, di fatto, controcorrente agli albori del XIX secolo; il che peraltro non gli favorisce l’instaurarsi di amicizie nei milieu letterari e politici del suo tempo. E tuttavia, questo non ostacolerà la sua fama, ancorché fondata su una nomea d’uomo tenebroso e lunare…

Quando si parla di Leopardi, si parla di “pessimismo cosmico”, in ragione della scarsa benevolenza della Natura nei suoi riguardi, così come del gentil sesso. Ne sono testimonianza le numerose poesie nelle quali questa diffidenza viscerale è espressa senza mezzi termini: “La natura crudel, fanciullo invitto, / Il suo capriccio adempie, e senza posa / Distruggendo e formando si trastulla”, Palinodia al marchese Gino Capponi; e ancora, l’incomprensione di fronte alla morte prematura della giovane Silvia (A Silvia) e l’affermazione disincantata che conclude il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: “Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, dentro covile o cuna, / E’ funesto a chi nasce il dì natale”.

I Canti sono inoltre portatori di una nostalgia — spesso denominata “pessimismo storico” — per la grandezza dell’Italia antica, in una passata “età della nostra assai men trista” (Ad Angelo Mai). Essa si esprime secondo accenti sorprendentemente moderni e con una grande severità, nonché con un certo disprezzo per il suo secolo — come ad esempio nel componimento Nelle nozze della sorella Paolina: “Tra fortuna e valor dissidio pose / Il corrotto costume”; o ancora, in Ad Angelo Mai:

Or di riposo
Paghi viviamo, e scorti
Da mediocrità: sceso il sapiente
E salita è la turba a un sol confine,
Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,
Segui; risveglia i morti,
Poi che dormono i vivi; arma le spente
Lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine
Questo secol di fango o vita agogni
E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

In conclusione, i celebri Canti di Leopardi non possono in nessun caso essere ricondotti a un proposito unicamente pessimistico. Essi rappresentano, in un quadro di perfezione formale, aspetti della condizione e dell’esperienza umana che i più intuiscono, ma che il grande poeta ebbe il coraggio estremo di affrontare e, in un certo senso, di sublimare. Leggerli è un’esperienza paradossalmente esaltante, poiché essi esprimono — in modo inarrivabile e con una precisione assoluta — ciò che, in fondo, ognuno di noi ha sempre saputo.

Artémisia


Articolo pubblicato sul numero 501 (settembre/ottobre 2016) della rivista Forum dell’Union des Français de Rome et du Latium. Traduzione dal francese di Rita Charbonnier.

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