Roger Fry Ritratto di Virginia Woolf
Roger Fry
Ritratto di Virginia Woolf

Tra il 1928 e il 1929, Virginia Woolf scrisse un breve saggio che inizialmente intitolò Women and fiction (Le donne e il romanzo) e che poi divenne A room of one’s own (Una stanza tutta per sé). E’ la rielaborazione di due conferenze che la scrittrice, ormai celebre (La signora Dalloway, Gita al faro e Orlando erano già stati pubblicati), aveva tenuto per le studentesse di Cambridge sul tema del rapporto tra la donna e l’opera di finzione. Ecco, in sintesi, una delle argomentazioni più salienti e conosciute: quella relativa all’immaginaria sorella di Shakespeare.

Virginia Woolf era convinta che tra l’opera d’arte e il vissuto quotidiano dell’artista vi fosse una stretta relazione. Poiché l’elaborazione creativa si nutre di sentimenti più di quanto non se ne nutra l’elaborazione logico-matematica, uno scienziato può fare scoperte o sviluppare teorie indipendentemente da quel che gli accade nella vita di tutti i giorni e dalle emozioni che gliene derivano; invece (sempre secondo la grande scrittrice inglese) l’opera d’arte è fissata “come una ragnatela” a quel che il suo autore fa – a che ora si sveglia, quali sono le sue incombenze, quali i problemi che deve affrontare – e alla sua relativa condizione psicologica.

Su questa base, l’autrice si domanda per quale ragione nella storia vi siano state meno artiste che artisti, e nello specifico meno scrittrici che scrittori. Prende a esempio il poeta e drammaturgo per antonomasia, William Shakespeare, e analizza il contesto familiare, sociale e culturale nel quale si sarebbe ritrovata a vivere una sua ipotetica sorella, che decide di chiamare Judith, nata con lo stesso talento e ardente della stessa passione per il teatro.

Ebbene, nell’Inghilterra della seconda metà del Cinquecento le donne non ricevevano alcuna istruzione e di rado sapevano leggere e scrivere. Erano proprietà del marito e per legge non potevano possedere denaro né guadagnarlo. Passavano la vita a fare un figlio dietro l’altro e spesso morivano di parto o di infezioni successive (leggere qualche resoconto di come si partoriva in Europa nei secoli antecedenti il XX fa accapponare la pelle; vedi anche l’episodio riferito all’inizio del mio romanzo La strana giornata di Alexandre Dumas). Di certo le donne non potevano vivere una vita libera a Londra, come fece Shakespeare quando abbandonò la natia Stratford-upon-Avon – e con essa la moglie e i figli, senza che per questo un marchio di infamia o adulterio gravasse sul suo capo. Per non parlare del fatto specifico che alle donne non era consentito recitare: è evidente che a questa immaginaria sorella sarebbe stato impossibile esprimersi. La Woolf si figura che la frustrazione di Judith avrebbe raggiunto livelli tali da spingerla al suicidio.

Quando fu pubblicato Una stanza tutta per sé (e stiamo parlando di meno di un secolo fa) era in atto una discussione molto ponderosa sull’argomento. C’era chi sosteneva che le donne, per natura, sono intellettualmente inferiori agli uomini; chi aveva dichiarato pubblicamente che per una donna non sarebbe mai stato possibile concepire un’opera di genio come quelle di Shakespeare. E diversi anni fa, proprio leggendo questa sua appassionata, magistrale, imperdibile e ancora attuale confutazione, mi nacque il desiderio di parlare della sorella di Mozart… ma questa è un’altra storia.

5 commenti a: Scrivere come una donna: “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf

  1. grandeeeeee! virginia woolf è il mio faro (!). il tuo post mi ha fatto pensare molto. penso che scriverò anch’io un post sulla wolf ma ci devo pensare su. intanto mi è venuta voglia di riprendere in mano le onde che è stato uno dei motivi che mi ha spinto verso il teatro e la scrittura. ma anche questa è un’altra storia. grazie…

  2. Radclyffe Hall, amica della Woolf, ha fatto della sua vita una battaglia per le scelte individuali della donna ed è stata distrutta dalla società che per capriccio, per moda l’aveva presa a modello.
    Sono felice che un mio commento abbia fatto sì che tu pensassi di scrivere un post così bello e una segnalazione tanto preziosa. Ed è magico che il tuo libro sia nato così. Non è per niente un’altra storia, è la stessa storia che continua, grazie a te.
    Le donne sono molto sensibili (e votate al dolore, al sacrificio) credo che raggiungeranno vette altissime (ancora più di così).
    Dalle interviste che faccio con loro fuoriescono mondi vitali incredibili, quasi sempre soffocati.

  3. @ no-flash: attendo il tuo post sulla Woolf. Intanto, grazie.

    @ guccia: mi piace moltissimo la tua immagine della stessa storia che continua nel tempo. Ancora grazie.

    @ Ali: e grazie anche a te, va’… 😉

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