Senza-amoreDesidero chiarire prima di tutto una cosa: l’attore, regista e adesso anche sceneggiatore Renato Giordano è un mio caro amico. Quindi nel parlare della sua opera prima cinematografica cercherò di mettere da parte l’affetto e la gioia per questo risultato da lui raggiunto — anche se non sono certa di riuscirci.

Di una cosa però sono certa: i due termini pedofilia e omosessualità non sono sinonimi. Raccontare, e in qualche modo dare per assodata, questa verità è il merito di questo film. Poiché se molti la accettano con naturalezza e altri con qualche riserva, molti ancora la rifiutano o non vogliono comprenderla.

Di recente ho riletto Il conformista di Alberto Moravia, dal quale Bernardo Bertolucci trasse un film. Nel prologo si racconta l’incontro del protagonista ragazzino, Marcello, con un uomo che lavora come autista di una ricca signora e che utilizza l’auto per andare dove sa che potrà adescare giovinetti. L’uomo, Lino, è definito un pederasta, ovvero — etimologicamente — uno che ama i fanciulli.

(Chi non ha letto il libro salti questo paragrafo… e poi colmi la lacuna). Molti anni dopo, nel finale della storia, il protagonista ormai adulto (sposato e padre) incontra nuovamente Lino, che è convinto sia morto (lui stesso l’avrebbe ucciso) ma che invece è vivo e vegeto, lavora come guardia notturna e vaga per i parchi perché “questi giardini sono pieni di bei ragazzi come te”. Quindi Lino non è più un pedofilo: non va alla ricerca di bambini, ma di adulti — i quali hanno gli strumenti per decidere se e in qual modo rifiutare, o accettare, le sue profferte. Mi colpisce il fatto che un classico della letteratura, scritto da uno dei nostri massimi autori del Novecento, crei una sovrapposizione tra le due cose.

Il film di Renato Giordano (tratto da una storia vera) narra di un bambino, Luigi, che vive in una provincia campana, in una famiglia socialmente emarginata. Il padre è in carcere e la madre, pur di racimolare qualche soldo, prostituisce il figlio a un vigile, Angelo, il quale fa l’addetto comunale presso l’istituto scolastico che Luigi frequenta. Angelo è un uomo “normale”, insospettabile, sposato e con prole; sua moglie non sa chi abbia sposato o forse lo sa, ma chiude un occhio per quieto vivere o perché non è in grado di affrontare un problema di questa portata. Il vigile diviene parte integrante della famiglia di Luigi, riuscendo addirittura a diventare il padrino del bambino; può entrare in casa in qualunque momento, e quindi abusare di lui quando e come gli pare, sotto gli occhi e con il consenso della madre.

“Quando per la prima volta ho ascoltato questa storia” ha dichiarato Renato Giordano “sono rimasto senza parole. Immaginavo esistessero madri possessive, gelose e anche assassine, prese da raptus o da momentanei squilibri psicologici, ma una madre che perdura nel tempo a ferire, distruggere, annullare il proprio figlio… questo non l’avevo mai sentito.”

D’altra parte non si può crescere se non si riesce a comprendere e perdonare coloro che ci hanno feriti, più o meno gravemente, più o meno consapevolmente; anni dopo, Luigi intraprende questo faticoso percorso grazie all’aiuto di una coppia di uomini che lo accoglie e lo protegge, come si accoglie e si protegge un figlio.

La sceneggiatura, soprattutto nella seconda parte, soffre forse di un certo didascalismo. Ma il film ha il pregio di raccontare una realtà nella quale il “diverso” è l’unica fonte di calore umano e il “normale” non è che una conveniente menzogna.

Nel cast, diversi esordienti e alcuni ottimi attori — come Lidia Vitale (la madre) e Francesco De Vito (il vigile). C’è anche un “cameo” di Giacomo Furia. Una curiosità: Renato Giordano ha un omonimo, che lavora a sua volta nel mondo dello spettacolo.

5 commenti a: “Senza amore”, film di Renato Giordano

  1. Io adoro Almodovar ma anche in “La mala educacion” sembra che omosessuale e pedofilo siano la stessa cosa. Scusa se non mi firmo

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