grecoCi sono più scrittori che lettori, più drammaturghi che spettatori. È un luogo comune, ma la categoria degli autori sembra continuamente espandersi, a giudicare dal proliferare dei corsi specializzati (anche online).

Su questo argomento, tempo fa, per la rivista di teatro Ridotto ho intervistato alcuni autori: vi riporto le loro dichiarazioni e i loro consigli. Si tratta di Dacia Maraini, Vincenzo Cerami, Clara Sereni, Giuseppe Manfridi, Maricla Boggio, Mario Moretti.

Occorre leggere molto e andare molto a teatro.

Dacia Maraini: “Alcune persone pretendono di scrivere per il teatro senza leggere di teatro e senza andare a teatro. Io non credo nell’ingenuità artistica. L’arte non viene fuori dall’ignoranza o dal candore: l’arte è sempre conoscenza. Non è vero che è più genuino chi non conosce o non pratica il teatro. Chi non conosce la letteratura, la storia della musica, la storia delle arti, non può fare qualcosa di originale. Nessuno si sveglia improvvisamente e reinventa il teatro. Non si può prescindere dai modelli: l’arte è una catena di esperienze.”

Maricla Boggio: “Il primo consiglio che darei a un giovane che voglia scrivere per il teatro è di andare molto, molto a teatro e di leggere molto, molto i testi. Io sono docente di drammaturgia presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, e sviluppo un discorso legato a come scrivono i grandi drammaturghi, che consiste nel ripercorrere il loro cammino artistico, estetico, di intuizione; e nell’analizzare il lavoro di limatura che hanno compiuto nelle singole opere, la scelta delle parole, la punteggiatura…”

Cosa si impara da un corso.

Mario Moretti: “All’inizio di un corso, talvolta cito un’affermazione di Racine: nella scrittura, come in tutte le arti, ci sono delle regole, solo che non si sa quali siano. In effetti delle norme esistono, e si possono imparare; ma la più importante è che tutte possono essere smentite da un’operazione nuova. Si possono teorizzare mille cose, ma ogni teoria può essere abbattuta da una nuova invenzione.”

Cosa non si impara da un corso.

Clara Sereni: “Alcune scuole di scrittura hanno presupposti molto seri e fanno un lavoro serio, ma altre rispondono più a un bisogno di diventare famosi che non a un bisogno di capire e imparare. Io le chiamo fabbriche di illusioni.”

Maricla Boggio: “L’arte non si insegna e non si impara. Non si può insegnare la poesia. Si possono insegnare solo certe modalità attraverso le quali esprimersi. Un corso di scrittura può sollecitare l’intelligenza, la fantasia, la capacità di superare le difficoltà. Si possono insegnare le regole del gioco: ma un conto è giocare, un conto è creare personaggi che abbiano una forza umana, e avere quell’ispirazione che consenta di comunicare con tutti. Questo non si può insegnare; qui non ci sono regole.”

Gli errori più frequenti dei principianti.

Dacia Maraini: “Un errore ricorrente degli aspiranti drammaturghi è quello di riferirsi ai telefilm e agli sceneggiati televisivi. Andando poco a teatro e leggendo poco di teatro, i principianti sono preda di convenzioni e modelli sbagliati: hanno un orecchio per il dialogo che è soprattutto dialogo televisivo. Che poi è, nella maggior parte dei casi, un dialogo in traduzione, e si sente subito; manca l’originalità della lingua. Spesso addirittura si danno ai personaggi dei nomi stranieri; non si riesce neanche a pensare a una storia con dei nomi italiani.”

Mario Moretti: “I principianti si scontrano sempre con lo scoglio delle informazioni da dare al pubblico. Si apre il sipario e si vedono dei personaggi: chi sono? Che cosa fanno? Bisogna dare queste informazioni senza cadere nel didascalico. Un altro problema è l’estremismo autobiografico: i principianti in genere parlano di sé. Non sapendo a cosa appigliarsi raccontano la storia della loro vita, i loro problemi, e la loro scrittura resta uno sfogo personale fine a se stesso. C’è poi la difficoltà di affrancarsi dai propri modelli, che oltretutto tendono ad essere sempre gli stessi: Pinter, Beckett… io leggo centinaia di testi l’anno, e non ho mai letto un autore che si rifacesse, che so, a Pirandello.”

Maricla Boggio: “In qualità di membro della giuria di alcuni premi, ho ricevuto e continuo a ricevere molti testi. Alcuni sono scritti in maniera correttissima: battuta, ribattuta, tutto pulitino, ben inquadrato… e poi non sono interessanti, non sono poetici. Certi autori prendono a modello, più o meno consapevolmente, la televisione. Nei loro testi c’è magari anche azione, ma non serve a niente se manca la capacità di parlare con il linguaggio teatrale, con il linguaggio della metafora.”

Occorre prestare attenzione ai propri sogni.

Mario Moretti: “Una delle fonti più interessanti per la scrittura sono i sogni. Il sogno apre squarci di realtà non reale; immette in una zona che va al di là della comprensione immediata. Il sogno è libertà di espressione, immagini, invenzione; nel sogno non c’è sintassi, andamento logico, realismo. Spesso i sogni non si ricordano bene, ma se ci si addestra ad appuntarseli la mattina, le immagini più interessanti rimangono.”

Vincenzo Cerami: “L’esigenza di raccontarsi esiste a prescindere dallo strumento artistico; è un’esigenza universale di esplorare ed esprimere la propria parte rimossa, segreta, nascosta. Noi sognamo, la notte, per liberarci di conflittualità accumulate durante il giorno. Il teatro serve a questo; ma in un intero corpo sociale. Ha una sua funzione ben precisa; anche, se vogliamo, una funzione psicoanalitica.”

La messa in scena, fine necessario.

Dacia Maraini: “Ho tenuto diversi corsi di scrittura teatrale e ho sempre abbinato il seminario a un progetto di messa in scena. Il testo teatrale non è destinato alla lettura, la sua finalità è quella di venire rappresentato. Quindi bisogna anche sapere che cosa succede sulla scena, quali sono gli spazi, come ci si muove… è essenziale conoscere le tecniche del teatro.”

Maricla Boggio: “Il riscontro della messa in scena è fondamentale. È anche per questo che noi, come autori e rappresentanti della Società Italiana Autori Drammatici, insistiamo che i premi siano finalizzati alla messa in scena dei testi.”

Superare la difficoltà di trovare ascolto.

Giuseppe Manfridi: “Il pubblico italiano purtroppo non anela a vedere il teatro contemporaneo, come invece è del tutto normale in altre parti del mondo. A New York, ad esempio, Shakespeare lo si fa poco e anche la contemporaneità classica ha un accesso limitato; talvolta compare un O’Neill, ma Pirandello non esiste. Ha avuto i suoi momenti, ma non è una costante; oppure Molière, per citare un nome che da noi invece è una presenza continua. New York è una città nella quale la gente si trova a teatro per parlare dei casi propri, con la richiesta precisa di sentir parlare di sé; anche sotto metafora, anche in abiti secenteschi, ma si vuole che la scrittura sia contemporanea, riconoscibile. Questo da noi non esiste.”

Clara Sereni: “L’Italia è da un lato un paese piccolo, da un altro un paese non sufficientemente acculturato, un paese che legge poco, che va poco a teatro, che va poco al cinema. Questi sono due presupposti per i quali non esiste qualcosa che si possa definire ‘industria’ culturale. È molto difficile sopravvivere facendo gli scrittori e basta. E poi tutto il gioco fra critici e autori è un grosso papocchio. Non c’è una chiara divisione delle parti e quindi anche al di là della volontà dei singoli c’è un intreccio di benevolenze che non aiuta un’analisi critica vera. La figura dello scrittore negli ultimi anni è cambiata; c’è una presenza sui mezzi di comunicazione di massa che comporta un giro di danaro tutto diverso, per cui lo scrittore è più dentro le cose, ma dentro le cose vuol dire anche invischiato.”

Vincenzo Cerami: “Occorre costruire una mentalità nuova che rimetta l’autore al centro dello spettacolo teatrale, e quindi rivaluti la drammaturgia contemporanea. Dobbiamo riconquistare il pubblico perduto e conquistarne dell’altro, e questo si può fare solo riportando sui palcoscenici l’universo nel quale ci muoviamo. Solo in questo modo il teatro italiano potrà riprendere la sua storia e il suo cammino, interrotti da cinquant’anni.”


Immagine di apertura: Κέντρο Ελέγχου Τηλεοράσεων @ Flickr Creative Commons.

4 commenti all'articolo “I corsi di scrittura (per il teatro e non solo) sono utili?”

  1. Molto intrigante questo post della signora Charbonnier, gli argomenti sono tanti e meriterebbero un ampio dibattito. I corsi di scrittura: tutto serve per imparare nella vita ma i grandi scrittori sono diventati tali senza frequentarli. Leggere leggere leggere e ancora leggere, questo è il segreto. Scrivere è mestiere, me-stie-re, quindi più profonde sono le conoscenze, maggiori sono le possibilità di successo. Ma è anche vero che i titoli accademici servono fino a un certo punto, conosco fior di docenti universitari in grado di tenere conferenze per ore e ore su argomenti letterari ma completamente nulli dal punto di vista creativo. I più grandi scrittori siciliani non erano laureati, Sciascia era maestro di scuola elementare, vittorini un semplice perito tecnico; esistono carteggi di Verga che rivelano strafalcioni grammaticali. Io stesso sono andato a scuola tardissimo, ho fatto la prima elementare che avevo sedici anni e mi vergognavo come un ladro col mio grembiulino nero accanto agli altri bambini. L’ho ripetuta sette volte, alla fine ho preferito desistere.

    Ancora complimenti alla titolare del sito per gli argomenti interessantissimi che propone.

    Salvo zappulla

  2. E sì, nascono scrittori come funghi. Ma qual è la motivazione che li spinge? Molti vedono il fenomeno soltanto in modo negativo: è vero che chi si appresta a scrivere spesso non ha un corredo letterario adeguato nè in campo di lettura nè di stile. Sarà che nascono nuovi fenomeni “letterari” sull’onda di blog e scandalucci, grazie a editori che tirano solo a vendere numeri. Questo può incoraggiare chiunque a scrivere, a voler dire la sua, anche se spesso non si discosta da tanto già scritto e pubblicato. Ma dove lo mettiamo l’intento terapeutico? Non dimentichiamoci che scrivere è spesso una liberazione e un modo di crescere, di superare blocchi interiori, oltre a maturare un proprio stile letterario. Quindi non stupiamoci se dopo un esordio di grande pubblico un autore si ripete all’infinito. Forse non bisognerebbe puntare tanto sull’autore quanto sul singolo testo. Non c’è nessuna garanzia, ma tanta ricerca che dovrebbe essere più curata dalle case editrici. Ben venga il ragazzo/a che scrive la storia della sua vita, se è interessante, ma per avere davvero molto da dire forse bisogna cercare in autori più maturi e con più esperienza, benché anche questo non sia del tutto sicuro. Ben vengano le lezioni da chi sa scrivere, ma quanto a contenuti guardiamoci bene da false icone.

  3. Cara carlApe, sbaglio o hai frequentato un corso di scrittura con la sottoscritta? Ho trovato sul tuo blog un’annotazione a proposito del mio suggerimento di leggere “Donne che corrono coi lupi”. Prima di tutto grazie a te, e poi: chi sei di bello? Scrivimi in privato…
    Un abbraccio, Rita

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