Tiziana Daga per Non solo Mozart

O Sole che dai la vita, che con il carro lucente mostri e celi il giorno, e che vecchio e nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla più grande della città di Roma […] o Dei, date buoni costumi alla docile gioventù, o Dei, concedete alla vecchiaia una placida quiete, e donate al popolo di Romolo potenza, prole e ogni gloria.
(Orazio, Carmen Saeculare, 17 a.C.)

La Roma di Augusto | Cammeo di Augusto
Cammeo di Augusto. © Londra, The British Museum

Da dove cominciare per ricostruire le vicende di Roma, una città nella quale una millenaria storia ha lasciato ovunque tracce indelebili e profonde cicatrici, oltre a evidenze monumentali di straordinario valore storico-artistico?

Una storia che affonda le sue radici nella leggenda, quando nell’VIII sec. a.C. Romolo traccia la “Roma Quadrata” sul Palatino. Ma di fatto Roma per molti secoli dovette assomigliare più a un accampamento di pastori e di profughi che a una vera e propria città.

Allora, quando Roma ha cominciato a prendere una vera e propria forma secondo precise linee di sviluppo, non dettate solamente dalle particolari, favorevoli condizioni ambientali? Perché una città abbia una forma occorre un progetto e ciò implica una coscienza da parte di chi la abita e soprattutto di chi la governa.

Scrive Corrado Augias nell’Introduzione ai Segreti di Roma:

Roma non sarà mai la città dell’ordine, delle simmetrie, del nitido svolgersi dei fatti secondo un disegno, l’esito coerente di un progetto. Se la storia degli uomini altro non è che violenza e frastuono, Roma è stata nei secoli lo specchio di questa storia, capace di riflettere con dolorosa fedeltà ogni dettaglio, compresi quelli dai quali si distoglierebbe volentieri lo sguardo.

È difficile non condividere la sostanza di questa affermazione, soprattutto per chi come noi quotidianamente s’imbatte nell’indolenza e nel distratto e frainteso senso civico dei suoi concittadini, o nell’ordinaria mancata manutenzione della città da parte degli organismi preposti a tale funzione. Ma forse all’origine di tutto questo c’è proprio la sua storia, quella di una città che nasce come capitale di un grande impero e che, dall’antichità all’età moderna, dagli imperatori ai papi del Rinascimento, è stata disegnata e organizzata secondo criteri più estetici che funzionali.

In altri termini, una città che da Augusto in poi verrà concepita soprattutto come espressione di un potere politico forte, più preoccupato delle apparenze che della sostanza, fatta di edifici monumentali e piazze scenografiche nate dall’esigenza, di chi governa, di raccogliere il maggior consenso popolare possibile. Dietro le grandi facciate, ieri come oggi, spesso si nascondono realtà diverse, in alcuni casi di degrado e povertà.

Da dove cominciare, quindi, questa storia? Forse proprio dalla Roma di Augusto, ovvero da quando — con quasi un milione d’abitanti — la capitale dell’Impero era già una vera e propria megalopoli. Un dato questo che acquista oggi una più tangibile evidenza se si tiene conto che l’intera popolazione a quel tempo sotto il dominio romano ammontava a circa sessanta milioni e che mediamente le città non superavano i diecimila abitanti.

Nei quarantacinque anni in cui l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto fu indiscusso padrone della città, Roma conobbe un lungo periodo di pace e prosperità che consentì l’attuazione di un primo vero programma urbanistico, una sorta di vero e proprio piano regolatore ante-litteram, destinato a orientarne il futuro sviluppo.

Le tappe salienti di questa storia mostrano come la nascita dell’Urbe sia stata la concreta espressione di un preciso disegno politico, teso a identificare Augusto e i suoi futuri discendenti negli interpreti del bene comune. Sarà lo stesso Augusto alla fine della sua vita, nel Res Gestae Divi Augusti, a lasciare un dettagliato resoconto delle imprese compiute durante il suo regno. Al riguardo fondamentale appare la frase iniziale, dove scrive:

Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi.
All’età di diciannove anni allestii, per mia personale decisione e a mie personali spese, un esercito con il quale restituii la libertà alla Repubblica dominata e oppressa da una fazione.

Un incipit in cui c’è in nuce tutto il senso del programma politico che ne connoterà l’ascesa e l’affermazione: da quando appena diciannovenne, all’indomani dell’assassinio di suo zio Giulio Cesare che l’aveva nominato erede, era tornato a Roma deciso a spendere il proprio denaro per formare un esercito che restituisse “la libertà alla Repubblica dominata e oppressa da una fazione”, pur di raccogliere l’eredità politica di Cesare e succedergli nel governo dello Stato romano, a quando — accentrate di fatto su di sé tutte le cariche più importanti della Repubblica — ne divenne il capo supremo dando inizio all’Impero.

Dopo essersi abilmente barcamenato nel periodo delle guerre civili scoppiate all’indomani delle “fatali idi di Marzo”, e dopo aver liquidato gradualmente tutti i suoi maggiori avversari politici, nel 31 a.C. — anno della battaglia di Azio che vede la definitiva sconfitta del suo principale rivale Marco Antonio e della regina d’Egitto Cleopatra — Ottaviano poteva celebrare il suo trionfo e considerarsi il dominatore incontrastato di quello che ormai era un Impero.

Infatti, pur mantenendo la forma repubblicana dello stato, concentrò su di sé una serie di prerogative, dalla podestà tribunizia a vita che riceve nel 23 a.C. e che di fatto gli dà il diritto di veto e il controllo delle assemblee dei tribuni del popolo, all’Imperium, ovvero il potere di comandare l’esercito, alla massima carica sacerdotale dello stato, quella di Pontefice Massimo, nel 12 a.C.. Accanto a questi poteri effettivi riceve dal Senato l’onorifico titolo di Augusto (colui che ha l’autorità morale) e anche di Padre della Patria (2 a.C.).

La Roma di Augusto | Statua di Augusto
Statua togata, Augusto capite velato come Pontefice Massimo (da via Labicana), particolare. Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme

Da questo momento in poi Roma si sarebbe trasformata nella sontuosa e affascinante metropoli, ammirata per secoli, e nella città di Mecenate, ispiratore di una politica culturale che vedrà Tito Livio ed i versi immortali di Ovidio, Orazio e Virgilio consegnare alla storia e al mito la memoria dell’antica Roma.

Con la supervisione di Agrippa, amico fedele, genero ed instancabile ideatore della nuova Urbs voluta da Augusto, si diede il via alla costruzione di templi, basiliche, acquedotti, strade, complessi termali come quelli che lo stesso Agrippa nel 12 d.C. lasciò in eredità al popolo romano nella zona di Campo Marzio, una delle aree maggiormente interessate dallo sviluppo edilizio e dal progetto d’ampliamento della città. Politicamente la stessa inaugurazione di ciascun tempio, teatro, portico, piazza divenne l’occasione per esaltare le virtù del princeps e nel tempo, quando si fece sempre più pressante il problema della successione, fu l’occasione per presentare al mondo un possibile erede che avrebbe agito nel nome del bene comune.

Quasi in pendant alla frase iniziale del Res Gestae, nel testamento finale di Augusto si dichiara che il princeps aveva trovato una città di mattoni e l’aveva lasciata di marmo, affermazione che riassume efficacemente come il programma politico e di riorganizzazione dello Stato dell’età augustea coincise con una intensa attività urbanistica che avrebbe trasformato il volto monumentale della Roma di Augusto.

Così l’arte diventa parte integrante del rinnovamento edilizio dell’età augustea ed espressione del programma politico del princeps, sancendo la nascita di un’arte pienamente romana capace di assorbire e di rielaborare i modelli del classicismo greco e di adeguarli ai fasti e alla politica autocelebrativa dell’imperatore. Con Augusto si chiude un’epoca — quella dei rustici padri della repubblica — e ha inizio un nuovo capitolo della storia di Roma destinato a lasciare su di essa un’impronta indelebile nei secoli a venire.

Articolo di Tiziana Daga, storica dell’arte.

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