Il Castello di Prata Sannita (Caserta) è una delle bellezze delle quali il nostro Paese è disseminato. Ospito un articolo di Maria Stella Rossi (tratto dalla rivista D’Abruzzo n. 105 – Edizioni Menabò – primavera 2014), corredato delle fotografie di Vittorio G. Scuncio, che lo descrive e ne narra la storia.

Maria Stella Rossi per Non solo Mozart

“Benedette quelle mummie” mi ripete spesso Lucia Daga, genius loci del Castello di Prata, dama dotta ed ospitale che nella sua figura sottile ed elegante racchiude una forza e una determinazione insospettate. Ebbene alcune storie a ben cercare hanno incipit e motivazioni lontane, a volte inspiegabili! Le mummie in questione sono quelle di Scipione Pandone, Lucrezia di Capua e il loro figlioletto – anche se i nomi sono ancora controversi – adagiati in uno stipo a muro a destra del transetto del Convento di San Francesco (XV sec.).
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Da ragazza mi arrivava la voce dell’esistenza di mummie che in un paese al confine tra Molise e Campania erano custodite in un convento. Il desiderio di andarle a trovare, quasi una necessità di far loro visita, era motivato soprattutto dal fatto che le mummie in questione appartenevano alla famiglia Pandone – che possedeva anche Prata e Venafro – la stessa che aveva costruito, nel Quattrocento, il Castello turrito e maestoso del mio paese, Cerro al Volturno.

La prima volta che arrivo a Prata Sannita, in compagnia di mio marito, questa volta decisa a conoscere le mummie, vengo accolta da due ulivi centenari che come guardie bonarie e silenti vegetano rigogliose nello spiazzale antistante il Convento. L’incontro con le mummie è poi davvero insolito, ce le troviamo vis à vis aprendo un semplice sportello posto a custodia dei tre corpi!

Prata ci sorprende e tutto ha inizio proseguendo la strada che porta al Castello. L’effetto immediato è forte, sorprendente, perché ho l’impressione di una visione familiare, hanno inizio le assonanze, le sovrapposizioni e i richiami, mi pare di vedere il Castello di Cerro. Ed è così perché il Castello di Prata svetta sulla Media Valle del Volturno, e in fondo scorre il fiume Lete, fra la fitta vegetazione che ammanta colli e montagne nel Parco Nazionale del Matese. E il Castello di Cerro allarga i suoi orizzonti nell’Alta Valle del Volturno, in un territorio che fa parte del Parco Nazionale dell’Abruzzo, Molise, Lazio, e in basso scorre il Rio, affluente del Volturno.

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Ma sarà necessario un ritorno per scoprire il Castello nell’essenza autentica che pare condensare in sé la sua storia e quella del territorio circostante, e con esso la persona che nomen omen, Daga, conoscendo ogni singola pietra e crepa, intuendo sovrapposizioni lasciate dai secoli, scavando anche con le sue mani e soprattutto con il suo indomabile amore per quella Dimora, testimone nei secoli del passaggio della grande storia e di accadimenti determinanti, ha restituito vista, sicurezza e attenzione a muretti, torri, terrazze, al cortile, ad accoglienti e romantici vani a cielo aperto, un tempo saloni, nei quali svolazza una civetta controcorrente e strana detta la matta perché arriva alle undici, si fa vedere, canta e se ne va.

Complici anche gli arbusti spontanei che scelgono di dimorare nel castello, Lucia Daga racconta di come una pianta di cappero troppo rigogliosa aveva sconnesso un pilastro in pietra che celava un frammento di affresco del XV sec. con melograni ed uccelli. Appena varcato l’arco d’ingresso al Borgo denominato le Portelle, passando dal primo portone si percorre una sinuosa e panoramica rampa di accesso al Castello, tutta in pietra ad ampie gradinate affiancata e decorata da capperi, oleandri, forzuti come querce, agavi. Quando si arriva sulla spianata antistante il portone d’ingresso, con data del completamento dei restauri ad opera della Famiglia Daga Scuncio, e si volge lo sguardo al paese sottostante e al panorama che tutt’intorno corona il maniero, si ha la sensazione di assaporare troppa bellezza in un mix che quasi stordisce.

L’ottocentesco portone d’ingresso, che si apre su un androne in pietra e su una scalinata, conduce al cortile interno e alle stanze abitate, distribuite su tre piani. Ora tutto, anche le piante spontanee di acanto e di rosa canina, creature vegetali del Castello, meriterebbero racconti e descrizioni dettagliati, a cominciare dal piano terreno denominato cantina con pavimento in roccia assecondante il terreno, per continuare con la stanza delle prigioni, vano circolare posto alla base della Torre piccola, con pareti incise da scritte e disegni dei prigionieri – come le croci dei Cavalieri Templari e dei Cavalieri del Santo Sepolcro – che affidavano anche ai graffiti le loro pene, alle stanze abitate, quali la cucina custode di oggetti, attrezzi e mobilio in legno antico e finestrone con affaccio panoramico. Lo spirito che aleggia nella Dimora lo ritroviamo tangibile nel salone, quindi nel cammino di ronda e nelle stanze riservate come camere da letto, sempre luoghi di fascino e quasi parlanti dei sentimenti di chi nei secoli vi ha dimorato.

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Ma un’attenzione speciale spetta alla terrazza posta sulla Torre piccola, quando vi si giunge si ha la netta consapevolezza che il bello esiste e qui non ha fine né confini, se poi è complice la notte e nel cielo spunta uno spicchio di luna, lo spettacolo è totale e ti rimane impresso come un fotogramma incancellabile. Magari in sottofondo arriva la colonna sonora gradevole e serena del fiume Lete e il raglio sonoro di un asino che da qualche masseria in valle giunge fin lassù, come una melodia tenera e struggente.

Ora dicevo che tutto questo merita attenzione e allora un avvenimento propizio lo offre il Concorso Letterario Nazionale (alla sua prima edizione – premiazione 29 giugno) che porta proprio il nome di Premio Castello di Prata Sannita ideato da Ester Basile, Maria Stella Rossi e Lucia Daga con l’intento di promuovere Cultura e possibilità di incontro fra scrittori, poeti, artisti, giornalisti e registi in una Dimora che nel corso dei secoli ha ospitato poeti e cultori del sapere.

Allora ne citiamo almeno due: Giannantonio Campano, giovane precettore di Galluccio, chiamato da Carlo Pandone a cui dedicherà un’ode per la sua prematura morte (Carlo muore a 34 anni nel 1456). In un verso, dal sapore contemporaneo, scrive: Perché intrecci (morte) in modo incerto i fili del destino così da ridurre in brandelli trame perfette?

Ma come non parlare di Berardino Rota, feudatario di Prata, uomo d’arme e poeta che dedicò un epigramma in latino al fiume Lete: […] Sii fausto e felice tuttavia poiché è nome con la medesima radice di Letizia, lieto nome sarai e lieto auspicio.

E così la parola ritorna protagonista con il Premio, che ha come sottotitolo “L’iguana – omaggio ad Anna Maria Ortese”, nella sua forte valenza “per vincere la disattenzione crescente per la riflessione del profondo”.

Valore aggiunto e valida occasione anche la visita ai Musei ospitati nel castello: Museo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, ideato e curato da Vittorio Scuncio, Museo della Civiltà Agricola e del Vasaio, ideati e curati da Lucia Daga, fondatrice (l’8 marzo del 1981) e direttore scientifico del Gruppo Archeologico di Prata Sannita.

Ma chiudiamo questo scritto, che ho cercato di condensare a più non posso, con due leggere presenze, piccole anime graziose e sagge del Castello, Aramis e Margaux, i gatti di Lucia e Vittorio, e con il profumo degli aranci amari cresciuti nel prato attiguo al castello insieme con olivi e melograni dal cui frutto la dama dotta trae un liquore dal colore trasparente e luminoso, come fosse una quintessenza del castello stesso.

Maria Stella Rossi

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1 commento a: Festa al Castello di Prata Sannita

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