Tiziana Daga per Non solo Mozart

Il 28 giugno 1914 l’attentato di Sarajevo fu la miccia che infiammò l’Europa. L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e di sua moglie Sofia da parte dello studente nazionalista serbo Gavrilo Princip fu l’epilogo delle forti tensioni che agitavano l’Impero austro-ungarico, un impero fondato sull’unione forzata di molte nazionalità diverse.

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L’arresto di Gavrilo Princip in una foto d’epoca. Fonte: Ruslan @Flickr Creative Commons

Un mese dopo l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia e nel giro di pochi giorni ci fu una corsa alle mobilitazioni generali; entrarono in guerra la Germania di Guglielmo II, al fianco dell’Austria di Francesco Giuseppe e contro di esse le forze dell’Intesa: Russia, Francia e Gran Bretagna. Successivamente il conflitto continuò ad allargarsi coinvolgendo molti altri paesi. L’Italia, fino a quel momento rimasta neutrale nonostante fosse legata dal patto di Triplice Alleanza alla Germania e all’Austria-Ungheria, scelse di scendere in campo nel maggio 1915. E così, come per il resto d’Europa, anche per l’Italia cambiò il corso della storia, segnando la fine di un’epoca.

Negli anni che precedono lo scoppio della Prima guerra mondiale l’arte europea esprime nelle sue varie tendenze tutta la complessità e le inquietudini del nuovo secolo.

Parigi, edificio Art Nouveau
Foto: Dalbera

Inquietudini che emergono già negli ultimi decenni dell’800, quando a Vienna come a Parigi si respirava il clima euforico della Belle Époque, ovvero di quel periodo di stabilità politica, di prosperità e di progresso scientifico conseguente alla seconda rivoluzione industriale, che in quegli anni alimenterà nella borghesia europea la spensierata illusione nel progresso — espresso, nelle arti applicate come nell’architettura di tutte le maggiori capitali europee, nel gusto per i motivi floreali e per la linea dinamica e avvolgente dell’Art Nouveau, gusto che trionferà all’alba del nuovo secolo all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.

La Ville Lumière, a cavallo tra i due secoli, è la capitale artistica d’Europa, luogo d’incontro di quegli artisti, letterati e intellettuali che segnarono il passaggio dall’Impressionismo alle Avanguardie del ‘900. Nel 1901, a soli trentasette anni, era morto Toulouse-Lautrec, straordinario interprete della mondanità spensierata e bohémienne di Montmartre. In quello stesso anno Paul Gauguin compie il suo ultimo viaggio alla ricerca del paradiso perduto verso un’isoletta sperduta delle isole Marchesi – Hiva Oa – dove muore nel 1903.

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Claude Monet, Ninfee

Per tutto il primo decennio e oltre del ‘900, instancabili i padri dell’Impressionismo continueranno la loro ricerca formale, aprendo la strada a nuovi scenari: da A. Renoir e E. Degas fino al 1917, a C. Monet che trascorse a Giverny gli ultimi quarant’anni della sua vita, fino alla morte nel 1926, dipingendo ninfee fluttuanti sulla superficie dell’acqua, in uno stile che per molti versi anticipa le soluzioni quasi astratte, informali della pittura successiva.

Mentre la solitaria ricerca compiuta da Paul Cézanne dal suo ritiro di Aix-en-Provence, documentata dalle opere esposte nel 1907 al Salon d’Automne in occasione della mostra retrospettiva parigina a lui dedicata pochi mesi dopo la sua morte, sarà determinante per alcuni giovani artisti in quegli anni approdati nella capitale francese; tra questi A. Modigliani e un giovane pittore spagnolo che presto avrebbe fatto parlare molto di sé, Pablo Picasso.

L’altra grande capitale della cultura europea tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento è Vienna. Nella vivace e affascinante atmosfera dei caffè, dei teatri e dei salotti della Vienna imperiale di Francesco Giuseppe e della bella Sissi (assassinata nel ‘98 a Ginevra da un anarchico italiano), tra le note dei valzer di Strauss e sullo sfondo dei nuovi eleganti edifici creati da Otto Wagner, si spengono gli ultimi bagliori del fasto imperiale, nasce la psicoanalisi di Freud e la filosofia del linguaggio di Wittegenstein, la nuova musica di Mahler e quella dodecafonica di Schönberg e, mentre scrittori come Arthur Schnitzler e Karl Kraus danno corpo alle inquietudini dell’uomo moderno, nasce nel 1897 la Secessione viennese. I promotori dell’arte nuova sono un gruppo di artisti: tra questi spiccano figure di primo piano dell’architettura e della grafica del ‘900 come Joseph Hoffmann e Koloman Moser, capeggiate da Gustav Klimt.

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Klimt, Serpenti d’acqua n. 2

Di questa Vienna Klimt ci ha lasciato l’immagine più lirica, con quel suo stile personalissimo fatto di un decadente e metafisico decorativismo, carico di suggestioni erotiche. I volti delle sue amanti, compagne e modelle emergono dagli sfondi sfavillanti di oro e mosaici colorati, sotto forma di sirene, simboliche allegorie o di inquietanti Giuditte. Femmes fatales, generatrici e divoratrici, come quelle che calcano le scene, e non solo, del tempo: dalla Bella Otero a Mata Hari.

Veri idoli e ammaliatrici crudeli come quelle dipinte da Franz von Stuck, figura centrale e promotore della Secessione di Monaco del 1892 che, prima ancora di quella di Vienna (1897) e di quella di Berlino 1898, sarà in area tedesca manifesta espressione di un dissenso e di una volontà di emancipazione dall’arte ufficiale, aprendo la strada alla modernità. In quegli anni nel salotto di von Stuck s’incontreranno Paul Klee e Vasilij Kandinskij; quest’ultimo a Monaco nel 1910 pubblicherà lo Spirituale dell’Arte e nel 1911 fonderà Blaue Reiter, il movimento che segna la nascita dell’Astrattismo.

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Munch, L’Urlo (1893)

Sempre a Monaco, nel 1892 l’esposizione delle opere del giovane pittore norvegese Edvard Munch e, in seguito, le retrospettive a Berlino e a Dresda su van Gogh e Gauguin, alimenteranno la tendenza espressionista del’900, che esploderà nel 1905 con il gruppo di Die Brücke a Dresda e dei Fauves a Parigi.

Tra il 1906-7 Picasso dipinge Les Demoiselles d’Avignon e il suo sodalizio con George Braque e il poeta Apollinaire porterà alla nascita del Cubismo; nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica su Le Figaro il manifesto del Futurismo. In quello stesso anno il geniale impresario russo Sergej P. Diaghilev fonda i Ballets russes, rivoluzionando il balletto tradizionale e affidando ad artisti contemporanei come Picasso, Matisse e De Chirico costumi e scene, e a musicisti come Igor F. Stravinskij e Maurice Ravel nuove opere.

Anche l’architettura in questi anni è oggetto di profonde trasformazioni, in cui ha un ruolo fondamentale la messa a punto della tecnica del cemento armato. E se alla fine dell’800 negli Stati Uniti si costruiscono i primi grattacieli, a Parigi nel 1902-3 l’architetto e costruttore Auguste Perret realizza in rue Franklin il primo edificio civile in cemento armato. Le nuove tecnologie porteranno all’esaltazione del sistema costruttivo, punto di partenza per quella graduale semplificazione delle forme e per quella riduzione degli ornamenti che all’eclettismo ottocentesco e al decorativismo dell’Art Noveau sostituirà le geometrie funzionali dell’architettura del ‘900. Nel 1911 un giovane geniale architetto tedesco, W. Gropius, progetta la Fabbrica Fagus, un parallelepipedo in ferro e vetro che s’impone per la purezza della forma. Dopo la guerra Gropius legherà il suo nome alla fondazione e alla direzione nel 1919 a Weimar del Bauhaus, con cui nasce una delle principali scuole dell’architettura moderna, il Funzionalismo.

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Gropius, Fabbrica Fagus. Foto di Traveler100 @Wikipedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Nel 1914 l’Europa precipita nel baratro e ultimi bagliori del clima euforico della Belle Époque si colgono nell’estetismo estremo di chi vede nella Guerra “la sola igiene del mondo” e di chi in nome di questo principio condivide l’entusiasmo velleitario e interventista. Ben presto anche questi bagliori si smorzeranno nella cupezza della trincea e nella cruda realtà della guerra con i suoi dieci milioni di morti, più di diciotto milioni di feriti e sette milioni tra prigionieri o dispersi.

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Umberto Boccioni, Autoritratto

Tra questi anche molti artisti come August Macke e Franz Marc, fondatori con Kandinskij della Blaue Reiter, il primo arruolatosi volontario e ucciso in battaglia nel settembre del 1914 sul fronte franco-tedesco, il secondo nella lista degli artisti importanti da sottrarre al pericolo del fronte, ucciso da una scheggia di granata il 4 marzo 1916 a Verdun prima che l’ordine per la nuova destinazione lo raggiungesse. Ancora, il geniale architetto futurista Antonio Sant’Elia, colpito in fronte da una fucilata sul Carso mentre con il suo plotone si lanciava all’assalto della trincea nemica il 10 ottobre del 1916. Pochi giorni prima, il 17 agosto, Umberto Boccioni moriva durante un’esercitazione militare a Chievo cadendo da cavallo. Anche la loro vicenda umana e artistica – come quella di molti altri risparmiati dalla guerra ma non dalle sue conseguenze, come Guillaume Apollinaire e Egon Schiele, uccisi dalla terribile epidemia di spagnola – è emblematica di quegli anni segnati da profondi cambiamenti in tutti i campi.

L’arte prima del conflitto vedrà tramontato per sempre il sogno di sublimare nell’arte il senso dell’esistenza. E con le Avanguardie, il Novecento troverà la forma più efficace per rappresentare l’angoscia del vivere e la profonda crisi d’identità dell’uomo contemporaneo.

Articolo di Tiziana Daga, storica dell’arte.

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