moretti_sette_storie_caccaValeria Moretti, scrittrice e autrice di teatro, vive a Roma. Ha vinto premi letterari e teatrali e ha lavorato con diverse personalità dello spettacolo, in Italia e in Francia. Ha pubblicato per la casa editrice La Mongolfiera Protagoniste (1998), Stellarum Opifice (2001) e Clara Schumann (2010). Tra gli altri suoi libri: Scarpette da ballo (Mondadori 2004), I bottoni di Bettina (Edizioni Corsare 2008), Il pennello lacrimato (Il Lavoro editoriale 1990). I suoi testi teatrali sono rappresentati in Italia e all’estero.

Sette storie per fare la cacca. Per chi ha la puzza sotto il naso è la sua ultima pubblicazione: una raccolta di racconti per bambine e bambini, spruzzati di una vena ironica e libertaria. Le illustrazioni, a colori, sono di Giorgio Delmastro e il volume contiene in appendice uno scritto (“Istruzioni per l’uso”) di Loredana Perissinotto.

Valeria, come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Ho ritrovato su piccoli fogli le storie che avevo inventato per mia figlia ai tempi del “fatidico” passaggio dal pannolino al vasino. Le ho rilette, non mi sono sembrate male, così mi sono detta: perché non pubblicarle? Ma non bastano le buone intenzioni; bisognava trovare l’occasione giusta. Grazie a Loredana Perissinotto, pedagogista teatrale, ho individuato una casa editrice, Didatticattiva, interessata proprio a unire bambini e genitori nello stesso progetto educativo. La fiaba, insomma, diventa l’occasione per accompagnare il bambino in una fase di crescita.

Il libro è rivolto quindi ai bambini attorno ai 3 anni — o meglio, ai loro genitori, perché possano leggere ai figli le fiabe che hai ideato. Come si spiega il sottotitolo “Per chi ha la puzza sotto il naso”?

E’ un piccolo risvolto ironico, dato che gli interventi dedicati ai genitori sono, diciamo così, un po’ intellettuali; qualcuno potrebbe definirli anche un po’ snob. Un’esperta d’arte contemporanea, Nina Rodriguez-Ely, ci introduce, infatti, nel mondo degli artisti che hanno lavorato sulla materia fecale e Dino Villatico, critico musicale, ci racconta di Mozart e dei suoi spiritosi panegirici intorno alla cacca. E in più, i genitori sono là, in attesa… con la puzza proprio sotto al naso!

In passato ti eri già dedicata alla narrativa per l’infanzia, e hai scritto — e continui a scrivere — per il teatro. Che cos’è la scrittura, per Valeria Moretti?
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Valeria Moretti in una foto di Gabriella Mercadini

Quando mia figlia era piccola e giocava e inventava dialoghi per le sue bambole e io nella stanza accanto scrivevo, ho posato la penna e mi sono immobilizzata in un misto di emozione e di timore. Ho sentito fortemente quanto il teatro sia, angelicamente o diabolicamente, vicino al gioco e come giocare sia un’attività tra le più importanti per lo spirito. Ho anche avvertito su di me la pressione della bambina che sono stata, che rivendicava con forza la sua voce. Mi sono ritratta, incerta sul da farsi, poi, però, l’ho riposizionata — quella bambina — al centro della scena, consapevole del fatto che non avrei potuto cacciarla. Scrivere è sempre varcare lo specchio di Alice.

Tu credi che l’attività di una scrittrice si differenzi in qualche modo dall’attività di uno scrittore? Esiste, a tuo avviso, una “scrittura femminile”?

Credo che ci sia un sentire femminile. Ma non saprei definirlo. Comunque ciascuno di noi contiene in sé una parte femminile e una parte maschile. E queste due parti possono incontrarsi o scontrarsi, con esiti artisticamente felici.

Le statistiche ci dicono che le donne leggono più degli uomini (perlomeno la narrativa). D’altra parte, i libri più “visibili” sono più spesso scritti da uomini. Ritieni che si tratti di una contraddizione rilevante? E a che cosa è dovuta?

Non importa il quanto. Io so che le sorelle Brontë, Emily Dickinson, Virginia Woolf, Marina Cvetaeva, Teresa d’Avila e tante altre grandi scrittrici non hanno rivali. E hanno il loro Pantheon. E tanto mi basta. La “visibilità” esterna conta eccome! Ma il battito interno molto di più. E questo vale per tutti: scrittori e scrittrici.

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