Penelope Filacchione per Non solo Mozart

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Picasso, Les demoiselles d’Avignon

Parigi, anno 1906. Un giovane pittore spagnolo, Pablo Picasso, 25 anni appena compiuti, dà la prima pennellata a Les demoiselles d’Avignon. Le cinque prostitute del bordello di Rue d’Avignon rivivono sulla tela in una “prospettiva spaccata, frantumata in volumi … incidenti l’uno nell’altro” [Argan], che ce le propone in simultanea sebbene ciascuna viva in una sua dimensione spaziale. Era nato il cubismo.

Berna, 30 giugno 1905. Un giovane fisico tedesco, Albert Einstein, 26 anni appena compiuti, invia alla rivista Annalen der Physik l’articolo sull’Elettrodinamica dei corpi in movimento: l’articolo contiene quella che è stata chiamata Teoria della Relatività Ristretta e manda definitivamente in frantumi la concezione classica del tempo e dello spazio. Come scrisse in quell’occasione il matematico Minkowski: “D’ora innanzi lo spazio in sé e il tempo in sé sono condannati a dissolversi”.

Benché sia impossibile sostenere che esista una diretta relazione tra questi due eventi, la loro contemporaneità è indice della sensibilità nuova del Novecento: in questi primi anni del secolo si gettano infatti le basi di tutto quello che sarebbe accaduto nel trentennio successivo.

Tra Parigi, Berlino e New York — questa la nuova capitale del mercato artistico del XX secolo –, in un mondo che si muove sempre più velocemente, dove la traversata atlantica, la radio, il telefono accorciano le distanze tra i continenti, le “colonie” artistiche delle varie città si fanno sempre più cosmopolite e sempre più vivaci. Le diverse esperienze che ciascun artista si porta dietro dalla sua patria vengono fuse in un crogiolo dal quale scaturiscono esiti straordinari: solo a Parigi, Berlino, New York è possibile che spagnoli, russi, polacchi, olandesi convivano sotto lo stesso tetto, scambiandosi pensieri e cultura. Solo a Zurigo durante la prima guerra mondiale è possibile che da un lato della strada — al Cabaret Voltaire — nasca DADA, il più apparentemente sconclusionato dei movimenti artistici del Novecento, mentre proprio alla porta di fronte un tale russo di nome Vladimir Lenin fonda una piccola rivista, quella “Pravda” che poi sarebbe stato il principale organo d’informazione del Partito Comunista Sovietico.

Duchamp, Fontana

Solo in questa condizione è possibile che la poesia, la musica e le arti visive raggiungano una tale unità d’intenti che, mentre a Parigi Stravinskij, Diaghilev e Nijinskij — straordinario terzetto — sconvolgono la tradizionale concezione del balletto, a Vienna Schönberg disintegra una volta per tutte la concezione stessa della musica. Disintegrare: tempo o spazio, forma o suono, pensiero o anima, costume o morale, disintegrare sembra la parola d’ordine dei movimenti che nascono all’inizio del Novecento.

L’eredità di cui si fanno carico gli artisti del primo quarto del secolo è quella di Cézanne, di Van Gogh, Gauguin: in maniere diverse ciascuno dei tre era giunto a dissociare la triade oggetto-forma-colore che da sempre era stata alla base della concezione mimetica dell’arte. Il primo a “saltare” è il colore: una volta definito con il nome di Inconscio quel tumulto dell’anima e dei sensi che tanto aveva tormentato gli uomini dell’Ottocento, il colore sembra lo strumento più adeguato a rendere le tonalità dell’umore e del sentimento: non è quindi più legato all’oggetto che si rappresenta, ma al sentimento dell’artista di fronte a esso.

Poi sarà la volta della forma: non si rappresenta più solo quello che gli occhi vedono, ma tutto quello che la mente elabora e conosce a proposito di un oggetto, che perde la sua forma apparente per acquisirne un’altra, magari grottesca, che vuol essere più vera.

Per ultimo sarà l’oggetto stesso a venire meno. Quando Cubismo, Fauvisme ed Espressionismo avranno esaurito la loro capacità di disintegrazione dell’aspetto esteriore dell’oggetto, allora sarà il momento del Surrealismo e dell’Astrattismo: uno nella trasposizione onirica, l’altro attraverso la smaterializzazione grafica, arriveranno finalmente a disintegrare l’oggetto stesso, a privarci del significato della forma.

René Magritte, Il tradimento delle immagini

Ciascuno dei movimenti citati sente il bisogno di mettersi sotto l’egida di un “manifesto” d’intenti: il Manifesto Futurista (1909), il Manifesto Dadaista (1916), il Manifesto Surrealista (1924) sono solo alcuni. Articoli, riviste, libri: ciò che caratterizza i movimenti artistici del Novecento è la teorizzazione, che spesso non parte dall’artista visuale, ma da un poeta, un musicista, un teorico comunque che aggrega attorno a sé persone che si mettono alla prova sulla strada prospettata, affrontandola ciascuno con i propri mezzi. Saranno a volte esperimenti di pochi anni — come il Blaue Reiter, movimento espressionista tedesco che ha appena il tempo di nascere per essere scompigliato dalla guerra — a volte di lunga durata — come il Futurismo e il Surrealismo — che comunque lasceranno un segno indelebile, non solo nella memoria di chi li ha vissuti sulla propria pelle.

Mentre la Grande Guerra ha infranto definitivamente il sogno dorato della Belle Epoque, entro il 1918 gli artisti hanno disintegrato ogni forma convenzionale della rappresentazione e perfino il concetto stesso di Arte.

All’alba del 1919 il mondo era definitivamente cambiato: più d’uno credeva in meglio. Alle spalle una burrasca, davanti il sole radioso di un futuro che sembrava gravido di promesse: le promesse di una società democratica nella Germania della Repubblica di Weimar o quelle di una distribuzione più equa della ricchezza e del diritto nella Russia che viveva l’ebbrezza post-Rivoluzione d’Ottobre. Le promesse di un mondo senza distinzioni razziali…

Josephine-Baker
Joséphine Baker

“J’ai deux amours, mon Pays et Paris”: così cantava Josephine Baker dopo la guerra, incarnando un nuovo ideale erotico — la nera Venere tascabile — e un nuovo ideale di vita: la vita degli americani, canadesi, inglesi, molti dei quali neri, rimasti a Parigi dopo l’armistizio del 1918. Neri che avevano combattuto a fianco degli europei, conquistandosi uno spazio di uomini in una società di bianchi.

Con la sua Revue Nègre la Baker trascinava il mondo in un nuovo rito tribale, un rito di vita e di amori: al suono indiavolato dei tamburi, il seno al vento, le gambe nude, nella sua splendente lucentezza d’ebano, trascinava le ragazze che facevano la loro rivoluzione dimenandosi e abbandonandosi al ritmo del jazz. Mentre Coco (Chanel, ovviamente!), signora della moda, accorciava le gonne e insegnava alle donne a tagliarsi i capelli e a portare i pantaloni.

Coco
Coco Chanel

Da un lato all’altro dell’oceano, tra gli Anni Ruggenti americani e la voglia di dimenticare dell’Europa, si bruciano interi patrimoni… si ricostruisce, molto, e allora sono forme razionali, edifici moderni, grattacieli, che riflettano nella pulizia geometrica di costruzioni e arredi la semplicità lineare dell’astrattismo. I nuovi contenitori di una società nuova, equa, funzionale e dimentica…

Una società tra le due guerre, dimentica del fatto che non può durare, o forse presaga dell’impermanenza, che cerca di esorcizzare lo spettro di un futuro incerto. Ma il futuro arriva sempre: arriva nelle epurazioni delle scuole d’arte sovietiche, nel Ritorno all’Ordine predicato dall’Italietta autarchica del fascismo, e poi, implacabile, nel crollo di Wall Street in quel fatidico martedì 29 ottobre del 1929.

Le conseguenze furono disastrose, e non solo per gli Stati Uniti: gli USA si erano accollati una parte consistente dell’enorme debito di guerra della Germania, che si ritrovò in ginocchio. Fu allora facile per Adolf Hitler compiere quella scalata al potere che era stata bloccata nel 1923: solo 10 anni dopo — nel 1933 — con 13 milioni di voti dei tedeschi esausti ed impoveriti, Hitler fu acclamato cancelliere della Germania. Fu l’inizio della fine.

Per il mondo dell’arte la fine fu una mostra disgraziata, la mostra di maggior successo della storia: nel 1937 più due milioni di tedeschi visitarono la “Mostra dell’Arte Degenerata”, in cui si esponevano, prima della condanna alla distruzione, 16.000 capolavori di Paul Cézanne, Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Otto Dix, George Grosz, Pablo Picasso, Marc Chagall, Max Liebermann, Vasilij Kandinskij, Emil Nolde, Max Beckmann, Käthe Kollwitz… insomma tutti quelli che avevano contribuito al procedere dell’arte tra XIX e XX secolo. Non tutto andò distrutto; molto fu acquistato, con grande sforzo, da musei stranieri. Ma si era chiusa definitivamente un’epoca e l’Europa rinunciava così alla bimillenaria centralità nel mondo dell’Arte.

Nel 1938 fu la volta della musica degenerata, ma in realtà non tutto era perduto: mentre in Germania si licenziavano gli insegnanti di musica, mentre gli spartiti venivano messi all’indice, era proprio dall’altro lato dell’Oceano che avveniva un piccolo miracolo di rinnovamento. Il 16 gennaio del 1938 Benny Goodman e la sua band suonavano il primo concerto Jazz mai eseguito alla Carnegie Hall di New York, il “tempio” della musica colta per eccellenza: l’avanguardia aveva trovato un luogo nuovo per rigenerarsi… Come dicono i francesi: “à suivre”!

Penelope Filacchione


Storica dell’arte specializzata in tarda antichità e alto medioevo, Penelope Filacchione ha concentrato la propria ricerca attorno alla storia e al significato delle immagini, soprattutto della prima età cristiana: ha al proprio attivo diverse pubblicazioni e partecipazioni a convegni sul tema. Docente di Archeologia e Storia dell’Arte classica e cristiana antica presso l’Università Pontificia Salesiana e docente di Storia dell’Arte presso le Scuole d’Arti e Mestieri di Roma Capitale, si dedica con passione anche alla divulgazione attraverso un pluridecennale lavoro con le associazioni culturali. Negli ultimi anni sta chiudendo il cerchio del suo studio: al suo amore per l’antico si affianca quello per il mondo dell’arte in presa diretta, attraverso la curatela di mostre per artisti contemporanei.

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