Print on demand: un mucchio di libri da buttare

In Italia si stampano circa 129 milioni di libri all’anno (dati Istat), due copie per ogni cittadino. Un po’ tante soprattutto per un Paese di semianalfabeti come il nostro; infatti per la maggior parte vanno al macero. Come mai questo enorme spreco? E il print on demand, la stampa su richiesta (che consente di stampare un libro — in digitale — nel momento in cui viene ordinato) non è l’uovo di Colombo?

Antonio Tombolini, fondatore — nel 2006 — di StreetLib, azienda italiana attiva nel settore dell’editoria elettronica, ha parlato sul suo blog di circolo vizioso dell’editoria libraria; gli ho chiesto di fare quattro chiacchiere in tema di print on demand. StreetLib offre difatti alle case editrici e agli autori auto-pubblicati la possibilità di distribuire non solo i loro libri elettronici ma anche quelli cartacei, appunto con la stampa digitale su richiesta — libri che si possono ordinare online su Ibs, laFeltrinelli e Mondadori Store. Tombolini ha fondato inoltre la casa editrice che porta il suo nome e che si definisce “orgogliosamente digital first. Tutti i nostri libri escono in ebook e in formato cartaceo a stampa digitale. Alcuni anche in formato audiolibro e audio ebook”.

Caro Antonio, grazie di aver accettato il mio invito. Prima di tutto ti chiederei di fornirmi qualche dato. Tra gli editori italiani che si affidano a StreetLib, quanti optano per il print on demand?

Non più del 5% degli editori da noi distribuiti (sono circa 1400 in tutto il mondo, direi circa 700 in Italia) ha iniziato a sperimentare con noi il POD: processo lento, ma inesorabile. Chi ci prova, anche solo per un titolo, poi ne resta entusiasta. E aggiungerei: ovviamente!

Ma perché il processo è lento, secondo te? Il print on demand sembra il colpo di genio: se io, lettrice, decido di acquistare il tale libro e il tale libro viene stampato per me, basta con le tonnellate di libri al macero, basta con gli sprechi, salviamo gli alberi…

Perché, come sempre in presenza di cambiamenti radicali, gli “incumbent”, i soggetti che hanno vissuto e prosperato nelle logiche “tradizionali”, tendono a ostacolare l’affermarsi dell’innovazione e a rallentarne la diffusione. Questo anche se negli USA, ad esempio, il più grande distributore “tradizionale” di libri di carta, Ingram, sta da tempo cercando di “evangelizzare” gli editori, soprattutto i più piccoli e gli indipendenti, sui vantaggi del POD.

E gli autori auto-pubblicati distribuiti da StreetLib? Quanti di loro optano per il print on demand?

Almeno il 60% decide di mettere in distribuzione con noi anche la versione cartacea. La ragione è semplice: gli autori indipendenti non hanno zavorra, e trovano ovvio ricorrere al POD. Per gli editori, che vengono comunque da un lungo passato di stampa tradizionale, ci vorrà più tempo. Ma quelli che non lo faranno per convinzione, dovranno farlo per necessità.

I libri realizzati con il print on demand si possono ordinare quasi esclusivamente su Internet; molte persone, però, non amano acquistare libri nei negozi online. Gli autori che richiedono servizi editoriali alla mia Scrittura a tutto tondo, e che scelgono l’autopubblicazione, mi dicono spesso che considerano un limite la mancata distribuzione nelle librerie fisiche (e quasi sempre che non vogliono uscire solo in eBook). A quanto mi consta, al momento la cosa è possibile, capillarmente, solo attraverso Youcanprint e in qualche caso ci siamo rivolti a loro, ma ho riscontrato come alcune librerie facciano resistenza, come i tempi di consegna non siano rapidi e i risultati di vendita siano poco esaltanti. Tu credi che la stampa su richiesta trarrebbe vantaggi dalla possibilità di ordinare i libri nelle librerie su strada o che sia inutile pensarci, perché le librerie sono destinate a fare la fine dei treni a vapore?

Non credo alle librerie su strada, almeno non fino a quando non si trasformeranno anch’esse radicalmente: che bisogno c’è di avere lì, in bottega, tutti i libri possibili in formato cartaceo, con grande spreco di spazi e di denaro, per poi doverne rendere la maggior parte? Ha senso uno spazio fisico per i libri? Sì, ma anche uno spazio fisico per i libri potrebbe giovarsi delle tecnologie digitali: esporre solo le copertine e ordinare al volo, che tanto ti arriva a casa il giorno dopo? Vendere anche gli ebook in libreria nei mille modi possibili? Capire che fare la libreria in maniera “aggiornata” non significa “aprire un bar” dentro la libreria, ma diventare un catalizzatore di eventi culturali per il territorio in cui la libreria insiste e per il quale la libreria dovrebbe rendersi rilevante. Capire che gli eventi non sono “la presentazione del libro”, e comunque non “quel” modo di presentare il libro. E scoprire che magari da eventi ben fatti si può pure incassare qualcosa, eccetera.

Cosa pensi delle ondate di ostilità che ciclicamente si sollevano da più parti contro i negozi di libri online, soprattutto contro Amazon? Non pagano le tasse, ammazzano il settore, mettono in atto politiche discutibili, eccetera.
Print on demand: Antonio Tombolini, l'intervistato
Antonio Tombolini

A giudicare dal successo crescente di cui godono presso gli utenti, che usano sempre di più le librerie online, in particolare Amazon, più che di “ostilità” parlerei di “campagne” che ciclicamente cercano di contrastarne il successo sottolineando solo gli aspetti negativi, che pure ci sono, nel loro modo di operare, che sono però strumentali. Sono strumentali perché orchestrate e promosse da chi, operando nello stesso settore, invece di chiedersi creativamente cosa fare di nuovo e di migliore per competere, non sa fare altro che lamentarsi chiedendo sussidi pubblici da un lato, e tentare di screditare i concorrenti dall’altro.

Tanto per dare un’idea della miopia degli operatori nostrani da questo punto di vista, mi piace raccontare un aneddoto vissuto personalmente. Qualche anno fa, ai primi del 2010, mi trovavo a scambiare due chiacchiere con l’Amministratore Delegato di uno dei principali siti di vendita di libri online. Ricordo che all’epoca Amazon in Italia non c’era ancora. A un certo punto chiesi al mio interlocutore: “Ma voi che tipo di strategia avete in mente per quando Amazon sbarcherà anche in Italia?”. La risposta fu sconcertante: “Amazon non arriverà mai in Italia, il nostro è un mercato particolare, non riuscirebbero mai ad avere lo stesso successo che hanno avuto altrove”. Restai allibito e la piantai lì. Nove mesi dopo, settembre 2010, Amazon inaugurava le sue operazioni in Italia con amazon.it, e da allora quell’azienda non fa che lamentarsi di quanto crudele e cattiva sia Amazon. Ti pare un buona strategia questa? Io la chiamo supponente miopia, che andrebbe corretta con forti dosi di umile lungimiranza.

Si è fatto un gran parlare, tempo fa, delle macchine stampatrici — le Espresso Book Machines da installare nelle librerie: in teoria il libro che intendi acquistare viene stampato per te lì, in pochi minuti. In Italia ce n’è una sola, a Milano, presso la Libreria Mondadori Duomo, ma quella che sulla carta si presenta come la possibilità di farsi stampare libri presenti in un ricco database sembra, almeno per ora, un mero servizio tipografico. Se vai lì con un Pdf già pronto, ti stampano il libro. Ho cercato nel database titoli in italiano e non ne ho trovati. Per promuovere il servizio si punta… sull’avverarsi di un sogno. Cosa hai da dire in proposito?

Contattai gli “inventori” americani della EBM appena uscì, ormai parecchi anni fa. Volevo distribuirla in Italia, e mi dissero che andava comprata, e costava 60mila dollari. Più la manutenzione e i consumabili. E stampa 1 libro ogni 10 minuti. In un’ora 6 libri. In otto ore 48 libri. E in quanto tempo li recuperi quei 60mila e passa dollari se, anche a pieno regime, ti produce in tutto 48 libri al giorno? Non ci siamo ancora: quella macchina ha bisogno di essere perfezionata (manca pochissimo ormai) ma soprattutto ha bisogno di essere veicolata nelle librerie, ma non solo nelle librerie, come fanno da tempo con le fotocopiatrici: te la installo, non me la devi pagare, mi paghi un tot per ogni libro che stampi.

Quanto alla proposta che sta facendo il loro attuale distributore italiano, quella dell’avverarsi del sogno, che tu citi, beh, chiunque può provare di persona: a patto di prepararsi a un’esperienza alquanto frustrante. Quasi peggio delle due ore di fila alla posta per pagare la bolletta dell’energia elettrica. Meglio l’addebito automatico 😉

In conclusione, cosa ritieni debba accadere perché si spezzi quello che hai definito “il circolo vizioso dell’editoria libraria”?

Occorre che i libri in formato elettronico costino molto poco, che ci si sbarazzi dei DRM, e che possano circolare il più facilmente possibile. E occorre che i libri di carta siano prodotti e gestiti in una logica di ZERO RESE, quindi in una logica di produzione di ciò che viene venduto, man mano che viene venduto.

Consentimi una notazione finale: le nostre (le mie comprese) riflessioni sul libro e sulla sua industria sono spesso condizionate da una sorta di miopia, che ci fa guardare al nostro mondo, a Europa + USA, come il “tutto”, mentre è sempre meno così: il baricentro dei fenomeni che disegneranno l’evoluzione anche del nostro settore si sta decisamente spostando su Asia e Africa, aree del mondo che costituiscono ormai almeno il 60% del mercato e che hanno tassi di crescita molto elevati. In quelle aree di recente alfabetizzazione il POD è già oggi la soluzione standard per produrre e distribuire libri, accanto all’ebook, che grazie all’ubiquità ormai universale degli smartphone e delle connessioni anche nelle regioni più povere e isolate, consente la fruizione e la lettura di libri.

Credo che possa essere utile tenere conto delle linee di tendenza che sono per forza di cose globali, per capire dove si sta andando e quali questioni investiranno, prima o poi, anche il nostro paese. Per questo ho deciso di pubblicare un webmagazine tutto centrato su ciò che accade all’editoria libraria su scala realmente globale: si tratta del The New Publishing Standard (TNPS per gli amici), diretto da Mark Williams.


Foto di apertura: Daniel Lobo.

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