Pubblico un altro raro scritto di un personaggio che appartiene alla storia del teatro (dopo quelli di Pirandello, Marta Abba e Paola Borboni). Oggi si tratta di Sacha Guitry, poliedrica figura di drammaturgo, attore, sceneggiatore e regista francese, attivo nella prima metà del Novecento (Wikipedia). Come negli altri casi, l’articolo è tratto dalla rivista di teatro Il Dramma e per la precisione dal numero del 1° agosto 1931. Si tratta di un’autobiografia piuttosto singolare.

Il 21 febbraio del 1885 ven­ni al mondo. La cosa accadde un po’ pri­ma del pranzo (avevo già fa­me, forse!) a Perspective Ne­raski, a Saint Petersbourg. Dal 1885 al 1890 ho giocato sul tappeto del salotto durante l’inverno, e sull’erba d’estate. Dal 1890 al 1901 ho tentato di studiare. Ciò non mi diver­tiva. Vi ho rinunciato, d’altronde, ben presto.

Nel 1902, un mattino, ho fatto il mio primo lavoro. Era in un atto, in versi e si intitolava: Il paggio. Le rap­presentazioni ed il piccolo successo del «Paggio» non mi avevano esageratamente inorgoglito e a quell’epoca non ho pensato che potevo avere una vocazione. Mi son detto semplicemente: «Ho fatto un piccolo lavoro. l’hanno dato, tanto meglio… ora facciamo qualche cosa d’altro». E mi sono messo a disegnare, per vedere che cosa ne sarebbe uscito. Il mio primo lavoro è ap­parso sulla Presse diretta da Gustavo Guiches: me lo han­no pagato cinque lire.
Lo stes­so anno tentai l’arte dramma­tica. Non avevo il fuoco sacro. Del resto, avevo finito per credere all’opinione che ave­vano su di me: non avrei mai fatto niente di serio. Ero destinato a tentare tutto e a vi­vere miseramente in un ango­lo remoto della riva sinistra.

Sacha Guitry
Sacha Guitry nel 1931, l’anno in cui scrisse questo articolo.

Dunque, una domenica mat­tina debuttai a Versailles nell’«Ernani». Non facevo la parte di Ernani, no. Ero un cospiratore nel terzo atto, un soldato nel quarto, e un si­gnore nell’ultimo. Me la sono cavata senza in­famia da questa triplice par­te; ma questa rappresenta­zione mancò poco che si chiu­desse in maniera scandalosa.
Alcuni amici ai quali avevo annunciato il mio debutto, era­no venuti da Parigi in una compagnia allegra e avevano invaso la prima fila della bal­conata. Essi attendevano il mio ingresso. Questo fu salutato da un’ovazione che non si può descrivere. Ogni mio gesto era seguito da uno scro­scio d’applausi e quando, bef­fando e torturato dal deside­rio di ridere, declamai un pa­io di versi, l’entusiasmo dei miei amici non conobbe più limiti. Furono grida, urli di ammirazione, che rassomiglia­vano a quelli delle bestie fe­roci. Il direttore del teatro ri­fiutò di pagarmi e giurò che non avrei messo più piede nel suo teatro. Egli ha mantenuto la parola. Non ho recitato più a Versailles.

Nel 1903 non ho lavorato. Sono andato sovente alle cor­se. Ho imparato il poker ed ho frequentato le bettole, di notte, con una assiduità degna di elogi. Nel 1904 ho fatto tut­to ciò che avevo fatto nel 1903, ma con meno piacere. Nel 1905 ho avuto bisogno di de­naro e mi son fatto scritturare sotto il nome di Larcey al Ca­sino di Saint Valéry en Caux. Avevo 300 franchi il mese ed ero «primo attore giovane, comico all’occorrenza». Alla seconda rappresentazione fa­cevo Morard, nel «Deputato di Bombignac». Mi hanno tal­mente fischiato, che l’indoma­ni, prima di mezzogiorno, ero spietatamente protestato dalla direzione.

Allora, disgustato del mestiere di attore, inco­raggiato da un amico, scrissi «Nono». Fu rappresentato nel mese di dicembre, a Pa­rigi, da Bianca Toutain, Du­bosc e Boucher. A nessuno rin­crescerà che «Nono» costitui­sca per me una data. Nel 1906, al teatro Antoine, si dà «Chez les Zoaques». Lo si dà per tre mesi. Poi entro al «Gil Blas», ove pubblico degli articoli e dei disegni. Faccio anche un romanzo, I. W. Bloompott, che i direttori non mi hanno mai lasciato finire. Io stesso non ne ho conosciuto la fine.

Sacha Guitry | Locandina
Locandina che annuncia una nuova commedia scritta e interpretata da Sacha Guitry.

Réjane mi ordina di scrive­re qualche cosa per il suo tea­tro che stanno costruendo. Figuratevi la mia gioia! Gémier mi richiede un’altra opera. Povel mi annuncia che ripren­derà nella primavera «Nono» al Vaudeville. Tutto va bene. Tutto va bene. Non c’è che la­vorare. Lavoro. Comincio «La clef» (l’ho limata per un an­no). Nel frattempo, faccio rap­presentare Le Mari qui faillit tout gâter all’«Odéon», Le Kwtz al «Capucines», un a­dattamento delle Nuvole di A­ristofane alle «Arti» e Un é­trange point d’honneur al «Teatro Imperiale».
Nel 1907 «La clef», al «Teatro Réjane», si dà nove volte. Aggiungerò che nove volte sono troppe: la metà del­la sala fischia, l’altra metà è vuota. Nessuno può escludere che, per me, La clef rappre­senti una data.

Durante l’estate, il 24 ago­sto preciso, mi sposo. Si sono dette cose molto inesatte sul mio matrimonio. Eppure, mio Dio, nessun matrimonio fu più semplice del mio. L’avveni­mento ebbe luogo nella mia casa, nel mio giardino, a Hon­fleur, perché avevo ottenuto l’autorizzazione di non andare in municipio. Si è detto che ero in pigiama verde e rosa. Che pazzia! Ero semplicemen­te in pigiama bianco e blu. […]

Non mi lagno ma non vo­glio che si dica di me che sono un pigro. Ma, direte voi, perché non riposate di tanto in tanto? Per due ragioni, signo­ri; prima perché non posso, e poi perché adoro la vita in­tensa. Quando mi riposo, sono stanco. Non lo sono mai quan­do lavoro.

Ciò che amo all’infuori del mio lavoro?
Tutto. I miei amici, la pit­tura (parlo della pittura de­gli altri), il tabacco, la lettura, gli animali, il cibo, l’istante che vivo, quello vissuto e quel­lo che vivrò, il giardiniere che passa, l’inchiostro di Cina, perché è molto nero, la neve perché è candidissima, voi per­ché mi leggete e, sopra ogni cosa, la campagna.

Perché rappresento delle commedie? Perché le scrivo.

Come disegno? Sulla carta. Che cosa? Non avendo né il ta­lento delizioso di Cappiello, né la virtuosità magistrale di Cem, e non avendo mai avuto l’intenzione di farne la mia carriera, ho semplicemente tentato di utilizzare in disegno le qualità che i miei amici hanno ben voluto riconoscermi nella letteratura. E sono delle memorie che io disegno. È la sola maniera, per me, di farle con profitto. Non potei far ri­vivere a mio piacimento il vol­to amato di Jules Renard che dopo la sua morte, un giorno in cui avevo bisogno di rive­derlo.

Pensate che una fotografia avrebbe potuto rendermi que­sto servizio? Non credo. In fo­tografia si è immobili. Non si deve essere né di profilo, né di fronte: si deve esserci tutto intero, in pochi tratti, in un minimo di linee e di punti. Questo modo speciale di procedere, questa necessità in cui mi trovo qualche volta d’attendere la morte d’un uo­mo per riuscire nella sua effi­gie, mi toglie il piacere di fa­re delle caricature per quaran­ta soldi, sulla terrazza dei caffè. Non si può fare tutto.

Come recito? Senza metodo, senza maniera, senza gusto, senza abitudini, con facilità, con piacere, per piacere, per il mio piacere, per il piacere del pubblico.

Ciò che preferisco? Tenere delle conferenze. Perché? Per­ché sono sicuro che dopo due minuti tutti dormono.

Ciò che non amo? I critici.

Sacha Guitry


Le immagini provengono da gallica.bnf.fr, Bibliothèque nationale de France. La prima è una vignetta che ritrae Sacha Guitry con il fratello Jean, a sua volta attore e giornalista.

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