Pubblico un estratto da un articolo di Alessandro Paesano sulla sempre attuale questione (non solo linguistica) del femminile dei nomi di professione. Sull’argomento Scrittura a tutto tondo ha realizzato l’eBook Vocabolaria. Dire la differenza, che potete scaricare gratuitamente e diffondere liberamente.

Direttrice direttora segretaria: la locandina del film "La segretaria" con Ornella Muti

Mi capita di leggere sul sito della casa editrice Iacobelli — nel quale si parla di un incontro con Edda Billi per presentare il suo ultimo libro di poesie “Donnità” — la parola direttora al posto di direttrice. E me ne dolgo, perché si tratta di un femminile sbagliato. Sbagliato non in quanto femminile, beninteso, ma nella sua morfologia.

Direttore infatti non è un nome maschile che finisce in -e, il cui femminile va in -a, come nel caso di infermiere infermiera. Direttore finisce in -tore, e il femminile dei maschili in -tore è -trice. Con diversi altri esempi ben radicati nella lingua. Aviatore, aviatrice. Puericultore, puericultrice. Pittore, pittrice. Quindi direttore, direttrice.

Perché allora direttora? Scopro che non si tratta di un passo falso grammaticale ma di una scelta voluta.

Come riportato nella nota chiarificatrice (non chiarificatora) dell’Accademia della Crusca, il femminile in -ora invece che in -ice dei maschili in -ore, in uso nel 1800 con connotazioni classiste, è stato usato negli anni ’90 dello scorso secolo per distinguere una donna direttore di giornale (direttora), come nel caso in cui l’ho trovato usato io, dalla donna dirigente di scuola media (direttrice).

Lascio all’Accademia le considerazioni grammaticali e lessicali che sconsigliano questo uso morfologico. Di mio aggiungo qualche considerazione politica.

Dire direttora di giornale perché direttrice può essere confuso con il ruolo di direttrice scolastica diffonde, propala un classismo e, a ben vedere, un maschilismo, irricevibili.

Che molte donne rifiutino il femminile del nome della loro professione è risaputo, a cominciare da Camusso che si fa chiamare segretario e non segretaria, perché nell’immaginario collettivo la segretaria è quella di un ufficio. E allora? Che male c’è a essere scambiate per segretarie di ufficio? L’esigenza di smarcarsi da quelle segretarie non tradisce forse una visione classista del lavoro?

Io non sono quella che lecca il francobollo prima di metterlo sulla lettera. Io sono quella che la lettera la scrive.
Io non sono una donna che manda avanti una scuola piena di ragazzine e ragazzini. Io dirigo un giornale.

Fin qui sul classismo che, spero, sia evidente. Un po’ più sottile il maschilismo.

Mi chiedo se a dare fastidio alle “direttore” e alle “donne segretario” non sia tanto l’essere scambiate con persone dalle mansioni “di minor prestigio” (ammesso e non concesso) ma dia piuttosto fastidio l’essere scambiate con donne che hanno “mansioni da femmina”, mansioni di cura considerate accessorie, mansioni di sostegno al maschio — storicamente l’unico a poter accedere a quelle cariche.

Io non faccio un lavoro da femmina, faccio un lavoro da maschio.

Ecco cosa leggo io, in fondo al classismo che porta una direttrice di giornale a smarcarsi da una direttrice di scuola.

Non è più una questione di percepire il femminile come sminuente rispetto al maschile, come nel caso di alcune ragazze neolaureate che si rifiutano di essere chiamate ingegnera e vogliono essere chiamate ingegnere (ho dovuto lavorare il doppio di un uomo per dimostrare di essere capace e ora non mi date quel nome di professione ma me lo cambiate perché sono donna???).

È proprio questione di non voler essere annoverate tra le persone che svolgono funzioni storicamente percepite come femminili. Però così facendo, invece di dimostrare come l’idea che esistano lavori maschili e lavori femminili sia sbagliata, ci si smarca dai lavori femminili considerandoli sempre e comunque inferiori o di minor prestigio degli altri.

Una preoccupazione tutt’altro che femminile e tantomeno femminista.

Viva le segretarie e anche le direttrici. Di tutti i tipi.

Alessandro Paesano

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