Lo scorso 8 marzo ho partecipato — presso il museo MACRO di Roma — alla performance dell’artista Monica Pirone Portrait of Woman, imperniata sul ruolo e sull’identità della donna nella società contemporanea. Un’installazione umana che coinvolge 87 donne, numero che (secondo alcune stime) coincide con quello dei casi di femminicidio del 2018: 87 donne uccise. Dunque ognuna di noi ha rappresentato simbolicamente una donna che non c’è più, morta di morte violenta per mano maschile; ma non l’ha impersonata. Ognuna di noi, piuttosto, ha messo in gioco una parte innocente di sé, un ricordo felice, un’immagine fotografica di se stessa da bambina, che nel corso della performance ha più volte scambiato con la foto di un’altra donna, in un atto di fiducia che mirava a trasformare

“il compatimento da sentimento ristretto, domestico, di vicinanza quasi familiare a elemento di riflessione collettiva, di collettivo orrore che è sentimento, ma anche rappresentazione di senso politico e sociale” (da un testo critico di Michela Becchis).

Alla performance ha partecipato Elina Chauvet, l’artista messicana che per prima ha raccontato il fenomeno del femminicidio attraverso il progetto d’arte pubblica Zapatos Rojos, Scarpe rosse.

Portrait of Woman
La mia foto da bambina per Portrait of Woman.

“Tenevo moltissimo alla sua presenza all’interno di Portrait of Woman” mi ha spiegato Monica Pirone “perché apprezzo quel che la figura di Elina rappresenta, apprezzo il lavoro di divulgazione che lei fa, ma apprezzo ancor più la sua opera da un punto di vista artistico”. D’altra parte — e questo per Monica è importante — la presenza di Elina Chauvet non doveva avere nulla di distintivo: occorreva che all’interno del gruppo si fosse tutte insieme e solidali, tutte in qualche modo uguali nelle ovvie differenze. C’era persino Catherine Spaak, ma qualcuno non se n’è neppure accorto per via dell’assoluta e signorile discrezione con la quale lei ha partecipato alla performance.

Monica Pirone lavora nel campo dell’arte e dello spettacolo come scenografa dal 1983, ma la sua esperienza si estende all’architettura, alla pittura ed evidentemente alla performance. “Sono interessata a ogni esperienza nel campo dell’arte” dichiara “che possa portare un contributo alla mia professione e arricchire il mio percorso umano”. Da alcuni anni l’argomento principe del suo lavoro è la violenza sulle donne, anche perché un’esperienza l’ha sensibilizzata sul problema. “Ho fatto parte di un programma di riabilitazione per donne vittime di violenza” mi racconta. “Insegnavo pittura a queste donne, che vivevano all’interno di strutture protette.” Monica crede che il ruolo dell’artista sia anche quello di puntare il dito, di assumersi una responsabilità: lei vede l’arte come “un’opportunità di militanza”.

Mi accingo a pubblicare questa pagina a poche ore dalla conclusione del “convegno sulla famiglia naturale” di Verona, e dalla contro-manifestazione organizzata da Non una di meno, alla quale hanno aderito numerose associazioni — un grande esempio di dimostrazione pacifica, colorata e festosa contro

“i movimenti reazionari no-choice, contro la violenza maschile sulle donne, contro la violenza sulle persone non bianche, non eterosessuali, non sposate, contro gli attacchi alla 194 e alla nostra autodeterminazione, contro chi vuole costringerci in legami indissolubili, contro chi specula sui nostri corpi per diffondere odio, contro un patriarcato senza confini.”

Dalla pagina Facebook di Non una di meno.

La famiglia naturale. Perché la vita sarebbe regolata dalle leggi di Natura prima che da quelle umane. Perché le donne sarebbero naturalmente accoglienti e meno aggressive degli uomini, e di conseguenza si richiede che non nutrano troppe ambizioni personali, che non alzino la testa. Perché “femminismo” è una parola brutta; identifica un’esperienza del passato che ha tentato, per fortuna inutilmente, di allontanare le donne dal loro ruolo naturale. Così come sarebbe opportuno, diciamocelo, piantarla di dire “femminicidio”: una vera forzatura, perché un delitto è un delitto indipendentemente dal sesso della vittima. E poi non va proprio bene che un figlio sia cresciuto da uno o due uomini, da una o due donne: ciò cozza contro la Natura, secondo la quale i figli nascono da un uomo e da una donna…

Ho chiesto a Monica Pirone cosa pensasse dell’espressione famiglia naturale. “Io non riesco a cogliere il senso di certe puntualizzazioni” ha detto. “Faccio proprio fatica. Non capisco come ci si possa accanire contro coloro che non si conformano a ideali che nella realtà neppure esistono.”

Attendiamo le prossime repliche della performance (Monica Pirone è anche su Facebook) nella convinzione, sì, che l’arte debba essere anche un’opportunità di militanza.

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