Ho tre genitori, che problema c’è?

Questa è la bella storia di una famiglia triparentale, con tre genitori: due madri e un padre. Li chiamerò Maria, Maria e Mario. E la loro figlia, Marietta

A cinquant’anni dalla legge sul divorzio, la famiglia italiana è un’entità piuttosto elastica e la “tradizione”, che qualcuno rimpiange, un’immagine sbiadita. I matrimoni durano in media 15 anni e il “per tutta la vita” non se lo augura quasi più nessuno. I single sono un terzo della popolazione del Paese ed esistono le famiglie allargate, ricomposte, omogenitoriali, triparentali e tetraparentali: cose un tempo impensabili (o forse solo non codificate).

Questa è la storia di una di queste famiglie.

In principio c’erano Maria & Maria, una coppia fin dai banchi del liceo. Venticinque anni fa, queste due donne decisero di avere e di allevare un figlio insieme. Due pioniere: all’epoca non esistevano coppie di donne con figli (né coppie di uomini con figli). L’Associazione Famiglie Arcobaleno era molto al di là dal nascere e nell’ambiente omosessuale, se desideravi un bambino, eri guardato male: non eri uno che esercitava il diritto di perseguire la propria felicità, ma uno che si omologava.

Come fare?

Già allora era in attività un noto ginecologo specializzato in fecondazione artificiale, che compiva diversi esperimenti: giusto l’anno successivo fece generare un figlio a una signora quasi anziana. Maria & Maria presero un appuntamento con questo grande medico e si ritrovarono in un’elegantissima sala d’attesa. L’ambiente profumava di lavanda e foto di bellissimi bebè campeggiavano su tutte le pareti; non pareva ci fosse spazio per i sentimenti, in quel luogo, e neppure per la scienza; regnavano l’ostentazione di sé e la ricerca del guadagno.

Maria & Maria si alzarono, raggiunsero la segretaria, le dissero di scusarle tanto con il signor dottore ma ci avevano ripensato, e scapparono.

Da quel momento, l’idea che il futuro figlio avesse un padre vero e proprio prese a farsi strada nelle loro menti. Iniziarono a desiderare di trovare un uomo che facesse il genitore per davvero, che se ne assumesse le responsabilità, che fosse presente.

Trovare il co-genitore con un’app. Oppure, senza

Oggi, nel mondo anglosassone (in Italia, che io sappia, ancora no) esistono agenzie e anche app che consentono agli aspiranti genitori di reperire un co-parent, un co-genitore ideale; una persona con la quale non si abbia una relazione sentimentale, ma con la quale si possa condividere la crescita di un figlio. Ma al tempo, l’unica cosa che Maria & Maria potessero fare era parlare del loro intendimento con le persone più fidate.

Un cugino di una delle due menzionò un certo Mario, persona specialissima che gli sarebbe piaciuto conoscessero a prescindere. Si incontrarono una sera, durante le vacanze di Natale, a una festa con scambi di affettuosità e prelibatezze. Maria, Maria e Mario conversarono a lungo, si trovarono in sintonia, s’ispirarono fiducia.

Mario aveva sempre accarezzato l’idea di essere padre. Lo desiderava per ragioni di continuità, di trasmissione del proprio patrimonio di conoscenze; immaginava che avrebbe acquisito un nuovo elemento di maturazione, raggiungendo una vera completezza umana. E avendo conosciuto non una, ma due donne che gli piacevano, che trovava fisicamente gradevoli e che nutrivano il suo stesso desiderio di figliolanza, gli pareva ovvio che dovessero operare insieme per darsi reciproca gioia e soddisfazione umana.

I tre genitori in nuce, per diventarlo nei fatti, fecero un salto nel buio. Non posero condizioni, non stabilirono diritti e doveri, non firmarono contratti (come invece fortemente consigliano di fare le moderne agenzie americane di co-parenting). Erano convinti che, se avessero analizzato a fondo ogni aspetto della questione, non ne sarebbero venuti a capo.


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La nascita, e poi l’infanzia, con tre genitori

È importante occuparsi del modo in cui Marietta fu materialmente concepita? Domandarsi in quale luogo, condizione, posizione ognuno di noi fu concepito? Senza dubbio si trattò di un atto di tipo sessuale; di un atto che riguarda fisicamente e intimamente la persona, le sue aree più segrete, preziose e misteriose. Senza dubbio si trattò di un atto d’amore.

La pancia cresceva, e con lei la felicità del terzetto. Alcuni loro amici, però, erano perplessi di fronte a un’iniziativa così azzardata. Che vita avrebbe avuto il nascituro nel paesino di provincia nel quale risiedevano? Che storia sarebbe stata raccontata ai vicini di casa, ai compagni di scuola, alle maestre?

La scelta fu di comportarsi con normale discrezione, senza parlare dei fatti propri con chi non era tenuto a conoscerli. Marietta, dalla nascita, abitò con le sue madri chiamandone una “mamma”, l’altra “mamanda”. Il suo papà, che lei adorava, abitava in un’altra casa ma veniva spessissimo da loro, e i fine settimana lei andava a stare da lui.

Marietta considerava del tutto naturale la situazione in cui viveva. Quand’era piccola non le fu spiegato come stessero le cose; avvenne più tardi. Con l’intuito e la saggezza dei bambini, percepiva comunque l’esistenza di un legame profondo tra la mamma e la mamanda, e di un’affettuosa intesa tra loro due e suo padre; padre che (a sua volta omosessuale) vedeva sempre in compagnia dello stesso uomo. Poi, pian piano, osservando e riflettendo, iniziò a mettere i termini sui fatti, finché un giorno non elaborò il pensiero: “Ah, allora loro sono lesbiche e mio padre è gay”. E la questione finì lì; il fatto di averla definita gliela fece archiviare mentalmente.

Però sentì il bisogno di parlarne con gli amichetti che frequentavano la sua casa. Quei bambini conoscevano la situazione, la vedevano, ma forse anche per loro sarebbe stato utile definirla con le parole giuste; e nonostante al tempo essere figli di genitori omosessuali fosse una cosa inconcepibile, e quel gruppo di scolari vivesse in un paesino di un migliaio d’anime, nessuno svenne, nessuno picchiò Marietta, nessuno scappò via strillando.

Oggi, la giovinezza

Marietta si è sentita profondamente amata. Ha sempre sentito, nelle ossa e nelle carni, di essere la priorità nelle vite degli adulti che la crescevano; di essere stata concepita con amore e desiderio e non per sbaglio, né per soddisfare personali narcisismi o presentarsi al mondo con un pupo in braccio. Alcuni suoi compagni di Università hanno rapporti freddi con i propri genitori e ritengono impossibile aprir loro il proprio cuore. “Con i miei, quando torno a casa, sono una persona completamente diversa” dicono. In famiglia si sentono obbligati a nascondere i propri desideri e le proprie aspirazioni, nella certezza che non sarebbero compresi e magari sarebbero osteggiati.

Maria, Maria & Mario hanno sempre incoraggiato il confronto con la figlia; anzi, l’hanno preteso. “Parlaci di quel che pensi, di quel che desideri e ti accade” le dicevano, fin da quand’era molto piccola. “Qualunque cosa tu dovessi combinare, anche la peggiore, sappi che noi la accoglieremo. Magari non la prenderemo sempre bene, però devi star certa che saremo dalla tua parte, in ogni circostanza.”

Lei crede che questa dichiarazione di amore a prescindere sia l’essenza della famiglia, qualunque ne sia la conformazione. Il problema, secondo lei, non è avere tre genitori. Il problema non è avere genitori omosessuali. Il problema, per un ragazzo, è non essere accettato dai propri genitori e dover fingere, con loro, di essere un’altra persona.

Ho tre genitori, che problema c’è?

About

Questo è il sito di Rita Charbonnier, autrice dei romanzi Figlia del cuore (di prossima uscita per Marcos y Marcos), La sorella di Mozart (Corbaccio 2006, Piemme Bestseller 2011), La strana giornata di Alexandre Dumas e Le due vite di Elsa (Piemme 2009 e 2011). Scopri di più...

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