Torino e i Savoia: una città e la sua corte

Per quasi tre secoli (1563-1847) Torino fu la capitale del ducato di Savoia e la città e i suoi dintorni furono reinventati secondo una precisa strategia comunicativa

Articolo di Anna Burchi

Torino, Piazza San Carlo
Piazza San Carlo nell’incisione del Theatrum Statuum Sabaudiae, 1682, Archivio Storico della città di Torino. Wikimedia Commons, pubblico dominio

Nel febbraio 1865 la partenza di Vittorio Emanuele II per Firenze, città scelta come nuova capitale del Regno d’Italia, spezza il legame che per trecento anni aveva legato strettamente Torino ai Savoia: una delle più antiche dinastie europee che un’accorta politica matrimoniale, perseguita fin dal X secolo, aveva imparentato con le principali casate europee, dagli Asburgo ai Borbone.

La posizione geografica dei territori del ducato sabaudo, confine e terreno di scontro tra Francia e Impero lungo la linea che passa tra Fiandre e Provenza, ne aveva fatto il continuo campo di battaglia delle lotte tra francesi e spagnoli per il predominio in Italia. L’inevitabile coinvolgimento della dinastia sabauda nei numerosi conflitti tra le due grandi potenze aveva più volte messo a rischio la sopravvivenza stessa del ducato. Ma l’appoggio militare dato da Emanuele Filiberto a suo cugino Filippo II di Spagna durante le guerre d’Italia, nella risolutiva battaglia di S. Quintino contro i francesi (1557), fece ottenere al duca di Savoia il riconoscimento dei suoi territori.

Poco dopo, nel 1563, la decisione di trasferire l’antica capitale del ducato da Chambery a Torino, spostò decisamente l’asse geografico e politico del ducato sull’Italia, dando avvio al lungo legame tra la città e i Savoia. Da questo momento Torino divenne sede della corte ducale e la città, ancora chiusa all’interno delle sue mura romane, venne letteralmente reinventata con una serie di progetti e di realizzazioni urbanistiche che, con lucido disegno e senza soluzione di continuità, proseguirono nei due secoli successivi.

A sinistra: Vittorio Emanuele II re d’Italia, fotografato da André-Adolphe-Eugène Disdéri nel 1861. A destra: Anonimo, Emanuele Filiberto duca di Savoia, 1579. Wikimedia Commons, pubblico dominio

Con la costruzione della capitale, si impiantò una cultura figurativa partecipe del gusto dominante delle coeve corti europee e portatrice di una strategia visiva in grado di celebrare la capitale e presentare la sua corte al consenso internazionale. Se la curiosità collezionistica di Carlo Emanuele II (1634-1675) ben si colloca nel panorama delle corti europee del manierismo ormai al tramonto, il ruolo privilegiato delle arti chiamate “ad abbellire le reggie, far sontuose le ville, fondare nuove città, alzare forti inespugnabili, ed immortalare le loro azioni ben appunto degne dell’eternità” venne consacrato nel 1678 con l’istituzione di un’Accademia Reale delle Arti.

Per tutto il ‘600 gli architetti ducali Carlo Castellamonte e Guarino Guarini intervengono sul tessuto urbano, mettendo mano agli edifici simbolo del potere e della dinastia sabauda: palazzo Reale, la chiesa di S. Lorenzo e la cappella della Sindone, eretta per custodire la preziosa reliquia, acquisita dai Savoia nel 1453. Contemporaneamente piazza Castello e piazza San Carlo disegnano scenografie urbanistiche nelle quali la dinastia possa rispecchiarsi con adeguata magnificenza. Viene inoltre avviata una campagna di acquisizioni di terreni intorno alla città che, se consente nell’immediato una politica di controllo militare e gestione economica del territorio, darà i suoi splendidi esiti nella cosiddetta “corona di delitie”, complesso di palazzi ufficiali di rappresentanza in centro città e di raffinate ville e residenze suburbane destinate alla caccia e allo svago, che disegneranno il territorio intorno alla capitale.

In epoca barocca, la caccia era intesa come attività ludica e come raffigurazione ritualizzata della guerra: tale concetto dava origine a un elaborato cerimoniale nel quale tutta la corte si mostrava nel suo massimo splendore. Il complesso di Venaria ne è un esempio paradigmatico e nello stesso tempo innovativo: realizzato a partire dal 1659 su progetto dell’architetto Amedeo di Castellamonte, il complesso venne concepito dall’inizio non solo come luogo di svago e di rappresentazione dinastica, ma anche come centro di attività manifatturiere e commerciali.

Il complesso di Venaria, incisione di Romeyn de Hooghe per il Theatrum Statuum Sabaudiae, 1682, Rijksmuseum, CC0

Lo sviluppo del settore della lavorazione della seta, che sarebbe stato la spina dorsale dell’economia piemontese per lungo tempo, ebbe un posto di primo piano nel progetto di Venaria. Accanto al raffinato palazzo destinato a residenza venatoria (la cosiddetta Reggia di Diana) circondato da vasti giardini all’italiana, si dispiegava il borgo concepito come luogo di produzione tessile ad alto livello qualitativo e di elevato contenuto tecnologico. I palazzi che fiancheggiavano simmetricamente la “via maestra” del borgo ospitavano i nobili di corte, chiamati a partecipare alle reali battute di caccia e invogliati a trasferirsi nel borgo con una mirata politica di incentivi economici ed esenzioni fiscali. Infine, negli edifici porticati che circondavano la piazza centrale trovavano posto botteghe artigiane “piene di lavoranti che facessero lavori curiosi, nobili e di diverse sorti”.

Nel 1689 il complesso di Venaria e gli altri possedimenti sabaudi furono oggetto del Theatrum Statuum Sabaudiae, un progetto «pubblicitario» voluto dal duca Carlo Emanuele II, che fece stampare la raccolta in immagini dell’insieme delle residenze sabaude allo scopo di presentare alle corti europee la potenza e la ricchezza del ducato e legittimarne in tal modo la pretesa all’ambìto titolo regio, titolo che arriverà, finalmente, nel 1713 col trattato di Utrecht e che vedrà in Vittorio Amedeo II il primo sovrano del nuovo regno di Sardegna.

Fra le prime decisioni del sovrano vi fu quella di chiamare a corte uno dei maggiori maestri del barocco, un architetto che potesse diffondere compiutamente l’immagine di una dinastia reale e della sua corte. Sotto la sapiente regia di Filippo Juvarra, Torino si arricchisce quindi di edifici e interventi urbanistici che ne fanno una delle principali corti europee del ‘700: la visione dell’unico asse visivo di 19 km. che collegava la basilica di Superga e il castello di Rivoli è unica in Europa e in grado di ben appagare le ambizioni del sovrano.

Torino, Basilica di Superga e Palazzo Madama
A sinistra: F. Juvarra, Basilica di Superga, 1717-1731 (foto di pubblico dominio). A destra: F. Juvarra, Scalone di palazzo Madama, 1718-1721 (foto di Georgius LXXXIX – Opera propria, CC BY 3.0)

Per riempire e adornare queste fabbriche monumentali (appartamenti di palazzo Reale, palazzina di caccia di Stupinigi, palazzo Madama, la grande Galleria di Venaria) i sovrani sabaudi commissionarono opere raffinatissime ad artisti e artigiani di altissimo livello che eccelsero nelle arti cosiddette “preziose”: l’arazzeria, l’ebanisteria, l’argenteria, la porcellana.

Ma venti nuovi soffiavano sull’Europa: con la campagna di Bonaparte in Italia, Torino divenne francese per quattordici anni (1799-1814); al rientro di Vittorio Emanuele I con la Restaurazione, la città ritrovò il suo status di capitale; ma i tempi erano ormai mutati. Le inquietudini romantiche, le aspirazioni all’unità d’Italia, i movimenti carbonari e mazziniani erano i segni del Risorgimento. Nel 1848 Carlo Alberto concesse lo Statuto, accendendo le speranze di patrioti e liberali, e pose la dinastia sabauda alla testa del movimento unitario italiano che si compì con Vittorio Emanuele II. Nel 1861 a palazzo Carignano si riunì per la prima volta il Parlamento del Regno d’Italia.

Carlo Alberto firma lo Statuto (4 marzo 1848)

Se tre secoli prima la posizione geografica di Torino era stata fondamentale per indirizzare verso l’Italia la politica del ducato sabaudo, ora Torino è fisicamente troppo lontana dal resto del Regno per esserne la capitale. In attesa che Roma possa essere unita al resto d’Italia e divenirne la naturale capitale, il governo del Regno d’Italia nel settembre del 1864 decide il trasferimento della capitale a Firenze. Il 3 febbraio 1865, con la partenza di Vittorio Emanuele II da Torino, si spezza il legame che aveva unito per tre secoli in un rapporto articolato e fecondo una città alla sua corte.

Anna Burchi

Anna Burchi è storica dell’arte e guida turistica per la Provincia di Roma.

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Questo è il sito di Rita Charbonnier, autrice dei romanzi Figlia del cuore (di prossima uscita per Marcos y Marcos), La sorella di Mozart (Corbaccio 2006, Piemme Bestseller 2011), La strana giornata di Alexandre Dumas e Le due vite di Elsa (Piemme 2009 e 2011). Scopri di più...

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