Orientalismo. Il viaggio degli artisti, tra realtà e fascinazione

I pittori orientalisti dell’Ottocento non costituirono una scuola né un movimento organizzato: personalità diverse furono accomunate dalla scelta di rappresentare un Oriente spesso più sognato che reale

Articolo di Anna Burchi

Orientalismo: un dipinto di Constant
Jean Joseph Benjamin Constant, “Le soir sur les terrasses (Maroc)”, 1879, Montreal, Museum of Fine Arts

L’orientalismo è un fenomeno intellettuale e artistico che percorre l’occidente europeo per tutto il XIX secolo arrivando a lambire gli inizi del secolo successivo. Si sostanzia e si traduce nel complesso di immagini, rappresentazioni e descrizioni che restituiscono il mondo orientale secondo la visione data da scrittori, viaggiatori, musicisti, pittori e fotografi occidentali.

L’Oriente oggetto di questo fenomeno è lo spazio geografico dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che dal XVI secolo in poi vengono ricompresi nella vastissima entità politica e territoriale dell’impero Ottomano. Un Oriente che ha da sempre suscitato nell’immaginario occidentale sentimenti contrastanti e perduranti: paura per la temuta espansione dell’infedele in Europa ma anche attrazione per i raffinatissimi prodotti di lusso che, da tempo presenti in occidente, seducevano i ricchi europei alimentandone la fantasia e facendo loro vagheggiare al di là del Mediterraneo un mondo inaccessibile, lussuoso, pieno di piaceri e segrete seduzioni.

Nel 1699 il trattato di Carlowitz pose fine alle guerre tra Lega Santa e Impero Ottomano e di conseguenza alla secolare grande paura dell’invasione ottomana: l’Oriente non fa più paura e l’occidente se ne può interessare più da vicino. La moda delle “turcherie” — imitazione di tutto quanto è di gusto e ispirazione turca — nasce non a caso in questo periodo, alimentata dai rapporti scritti o illustrati dei primi diplomatici francesi e inglesi presso gli ottomani, e soprattutto dalla pubblicazione nel 1704 della traduzione francese dei racconti de Le Mille e una notte e nel 1721 delle Lettres Persanes di Montesquieu. Per tutto il ‘700 il gusto diffuso per le turcherie è appannaggio degli aristocratici: l’Oriente viene percepito come segno di lusso, raffinatezza, esotismo e divertimento associati a uno status sociale, naturalmente aristocratico.

Charles-André van Loo, “M.me Pompadour in abiti turcheschi”, 1747, Museo delle arti decorative, Parigi

L’orientalismo vero e proprio, l’infatuazione per l’Oriente che porta a un cambio di prospettiva e a un interesse di segno differente, si fa risalire a una serie di eventi storici che iniziano con il 1798, data della spedizione di Bonaparte in Egitto. Fallita dal punto di vista militare e politico, la spedizione napoleonica fu un successo scientifico e culturale straordinario culminato con la pubblicazione nel 1802 e nel 1809 delle note e dei disegni redatti da Vivant Denon al seguito di Bonaparte: il Voyage dans la basse et la haute Egypte pendant les campagnes du general Bonaparte e la Description de l’Egypte portano l’antica e suggestiva civiltà egizia alla conoscenza dell’Europa diffondendone le prime immagini.

Subito dopo, la guerra per l’indipendenza della Grecia dall’impero Ottomano (1821-1830), la conquista francese dell’Algeria (1831-1847) e la guerra di Crimea (1854-1855) convogliano l’attenzione dell’Europa su questi paesi per tutto il XIX secolo.

Con la voglia di saperne di più, di scoprire e capire terre geograficamente non lontane eppure distanti per cultura, storia, atmosfere, e presi dal fascino per un Oriente vicino e allo stesso tempo lontanissimo, scienziati e archeologi alla ricerca di vestigia antiche — spesso accompagnati da fotografi che immortalavano tutto con il nuovo portentoso strumento — affrontarono anche più volte un viaggio lungo, pieno di insidie e difficoltà di ogni genere. Partivano intellettuali in fuga dal conformismo occidentale alla ricerca di sé e artisti alla ricerca di nuovi stimoli alla creazione.

E partirono soprattutto i pittori che, da soli o al seguito di una spedizione scientifica o diplomatica, restituirono all’Europa in termini visivi l’idea di un Oriente come un mondo vitale e colorato con i suoi bazar e i suoi vicoli, i deserti e i paesaggi del Nilo, i riti dell’islam e le moschee, le cerimonie e l’abbigliamento delle popolazioni. Vennero restituiti all’occidente soprattutto i temi che erano per la cultura europea la quintessenza dell’Oriente: l’harem e i bagni turchi abitati da sensuali odalische erano l’oggetto privilegiato dell’immaginario occidentale che faceva di essi un luogo di piaceri raffinati e trasgressivi poiché interdetti e inaccessibili.

Orientalismo: un dipinto di Ingres
J.A. Dominique Ingres, “Interno di harem con odalisca”, 1842, Fogg Art Museum, Cambridge (Stati Uniti)

Intorno alla metà dell’800 la tela di un pittore orientalista in un soggiorno borghese, a Londra come a Parigi, era il volo della fantasia e la tacita, ammiccante sollecitazione dei sensi offriva a questa classe sociale l’evasione di cui essa aveva bisogno: la possibilità di sognare davanti all’immagine di minareti, mercati colorati, deserti luminosi, oasi, e donne sensuali nell’intimità raffinata e lussuosa dell’harem.

Anche se la realtà era ben altra, le immagini proposte da questi pittori contenevano proprio quello che l’occidente si aspettava di vedere: un Oriente di invenzione. Non è un caso che molti artisti che dipinsero soggetti orientalisti non andarono mai in Oriente: componevano all’interno del loro studio ispirandosi a cronache, racconti o fotografie, utilizzando oggetti noleggiati da appositi rivenditori per ricostruire la giusta ambientazione: le sensuali odalische di Ingres o le raffinate composizioni orientaliste di Domenico Morelli ne sono un superbo esempio.

Accanto alle immagini di un Oriente visto, solo sognato o d’invenzione, troviamo anche un Oriente frutto del compromesso tra realtà e fascinazione, soprattutto quando dagli anni ’50 del XIX secolo nelle spedizioni viene introdotto il nuovo strumento della fotografia (nata nel 1839): le immagini reali catturate dall’apparecchio vengono poi rielaborate sulla tela nello studio dall’artista che le rende accettabili, verosimili e pertanto rispondenti a quelle che sono le aspettative del suo pubblico.

Nella seconda metà dell’800, nell’orientalismo pittorico si afferma un interesse anche di tipo documentario che porta ad accentuare il realismo delle scene trattate. È l’Oriente restituito dalla mentalità positivista che registra con precisione la crudezza e l’implacabilità di una natura diversa e spesso terribile, dove la fortissima luce del sole e la violenza degli elementi pongono problemi di rappresentazione e scardinano le abituali coordinate della pittura di paesaggio.

Orientalismo: un dipinto di Gérôme
Jean-Léon Gérôme, “Le reclute egiziane attraversano il deserto”, 1857, Sotheby?

L’Oriente fu anche pittura di storia e di propaganda: le sue atmosfere e i suoi paesaggi divennero funzionali alle esigenze coloniali francesi per la conquista militare dell’Algeria, paese dove Horace Vernet, direttore dell’Accademia di Francia a Roma, fu inviato più volte su incarico di Luigi Filippo per la realizzazione delle gigantesche tele che poi, nella Galleria delle Battaglie nel palazzo di Versailles, avrebbero celebrato e raccontato al mondo la campagna francese per la conquista dell’Algeria.

Nonostante la ricorrente adozione di modelli e temi comuni, l’orientalismo nella pittura non costituì mai una scuola né un movimento organizzato: personalità molto diverse furono accomunate esclusivamente dalla scelta dei temi trattati che ciascuno di loro espresse secondo il proprio personale stile.

L’orientalismo ebbe una diffusione enorme per tutto l’800. Tele orientaliste parteciparono con continuità e con accoglienza diversa alle rassegne annuali dei Salons parigini e della Royal Academy a Londra, contribuendo a diffondere in Europa l’immagine di un Oriente nelle sue molte sfaccettature.

Nel 1869 l’apertura del Canale di Suez mise in comunicazione diretta il Mediterraneo con il Mar Rosso e l’Oriente, divenuto in tal modo più “vicino”, perse molto del suo fascino. Col passare del tempo la diffusione della fotografia, che dalla sua prima apparizione nel 1839 aveva condiviso i temi orientalisti con la pittura, con le sue immagini essenziali e monocrome mise in crisi la visione di un Oriente che non combaciava più con le aspettative e con le fantasie di generazioni di europei.

Felix Bonfils, Caffè arabo al Cairo, 1888 circa, Rijksmuseum Amsterdam

L’esplorazione archeologico-scientifica e il viaggio iniziatico degli artisti romantici dei primi anni si trasformano, verso l’ultimo ventennio del XIX secolo, nel viaggio di piacere per europei avidi di emozioni forti. Nel 1841 Thomas Cook aveva inventato il primo moderno viaggio organizzato, fondato sulla filosofia di far sentire ovunque a proprio agio il turista, riducendo al minimo indispensabile disagi e fatiche e installando in Egitto e Palestina — colonie britanniche — i primi alberghi internazionali.

Nel 1884 l’Orient Express, vero e proprio albergo di lusso su rotaia, compie il suo primo viaggio impiegando 63 ore per arrivare da Parigi a Costantinopoli. Così il viaggio in questa parte del mondo, sotto l’influenza del turismo di massa, cambia i connotati: è la fine di un’epoca, e il sogno europeo cambia rotta verso un Oriente più lontano.

Gli artisti si aprono alle suggestioni del Giappone che influenzerà in modo decisivo la pittura della seconda metà dell’800. Oppure, come Paul Gauguin, iniziano il viaggio verso le isole della Polinesia che daranno nuova linfa alla sua ispirazione e apriranno strade nuove all’espressione artistica del XX secolo.

Anna Burchi

Anna Burchi è storica dell’arte e guida turistica per la Provincia di Roma.

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Questo è il sito di Rita Charbonnier, autrice dei romanzi Figlia del cuore (di prossima uscita per Marcos y Marcos), La sorella di Mozart (Corbaccio 2006, Piemme Bestseller 2011), La strana giornata di Alexandre Dumas e Le due vite di Elsa (Piemme 2009 e 2011). Scopri di più...

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