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Conversazioni con Lucia Lusvardi


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E luce fu

Signora Lusvardi, quando avvenne il suo primo incontro con Chopin?

Il giorno in cui eseguii una sua Polacca per la prima volta, avevo poco meno di sei anni.

Così piccola? Possibile?

Ascolta, Rita. Stiamo parlando di un’epoca lontana, nella quale tu non c’eri, così come la maggior parte di coloro che avranno la bontà di insinuarsi in queste nostre conversazioni. Devi sapere che i miei genitori erano affetti da una mania benevola, oggi nemmeno troppo rara: si procuravano all’istante qualunque diavoleria tecnologica fosse messa sul mercato. E un giorno acquistarono una meravigliosa radio Marelli. Ce l’ho tuttora, in cantina, e dubito possa produrre qualcosa di diverso da un ronzio…

Seppure.

Ma io non me ne sbarazzo di certo! È monumentale, un oggetto di antiquariato, lo so, eppure non riesco a impedirmi di vederlo con gli occhi di allora: una scintillante modernità. Al tempo, in famiglia, alla sera, si ascoltavano le trasmissioni radiofoniche, tutti riuniti attorno all’apparecchio — come qualche decennio più tardi si prese a fare con la televisione. E una sera fu trasmessa la Polacca in La bemolle maggiore di Chopin, opera 53, la cosiddetta Eroica. Eseguita da non ricordo chi. Però ricordo che mi piacque immensamente e che, non appena terminò, corsi al pianoforte, mi arrampicai sullo sgabello e la suonai a memoria.

A nemmeno sei anni!

E con quale gioia! Ce la misi tutta, perché avevo le mani piccinine; non arrivavano neppure a comprendere l’ottava. E non contenta, giacché era piena di bemolli e sui tasti neri le mie dita scivolavano, la trasportai in una tonalità più agevole. È un ricordo straordinariamente vivido; mentre te ne parlo, sento persino l’odore che aleggiava nella stanza: quello del palissandro, poiché il pianoforte era in legno rosso di palissandro e profumava non solo il salotto, ma tutta la casa. Dopodiché, quando ebbi concluso il brano, mi volsi e vidi i miei genitori che mi fissavano con tanto d’occhi.

In quel momento dovettero rendersi conto di aver messo al mondo una bambina prodigio.

In verità, non possedevano gli strumenti atti a comprendere. In casa nostra c’era un pianoforte, come ti dico, perché mia madre lo suonava, ma senza slancio; per lei la musica non era mai stata una cosa speciale. La mia mamma era una ragazza di buona famiglia e al tempo si riteneva opportuno che le ragazze di buona famiglia suonassero uno strumento, tutto qui. Prima di sposarsi era andata a lezione da una maestrucola la quale le aveva fatto imparare una serie di canzoncine alla moda; brani forse un po’ sdolcinati, come la Preghiera di una vergine di quella compositrice, guarda caso, a sua volta polacca… come si chiamava…

Tekla Bądarzewska-Baranowska.

L’hai letto sul cellulare. Ti ho vista.

E chissà come l’ho pronunciato…

E poi, una volta sposata, una volta avuti i figli, giusto perché in casa c’era un pianoforte, la mia mamma decise di farlo suonare anche alla prole. Parliamo del figlio maschio, bada bene: io non ero stata presa in considerazione.

Forse perché suo fratello era il più grande dei due.

Può darsi; ma al tempo il pregiudizio sulle donne era molto più sentito. Mio fratello Francesco, che tutti chiamavano Franco, andava a lezione da un maestro della scuola elementare che frequentavamo entrambi: quello che “dava il La” quando al mattino, prima di entrare in classe, cantavamo in coro Giovinezza, giovinezza. Al tempo, sai, la giornata iniziava con gli inni; dopo averci messi in fila nei nostri grembiulini, ci facevano intonare — il più delle volte, stonare — “viva il duce, viva il re”… non mettevi piede in aula se prima non avevi sforzato l’ugola per un quarto d’ora abbondante. Mio fratello, però, detestava il pianoforte con tutto se stesso.

Com’è possibile? Da una parte un talento eccezionale, dall’altra un’eccezionale avversione?

Franco odiava, proprio così, fare gli esercizi e odiava soprattutto quel momento in cui veniva qualcuno a farci visita e la mamma trillava: “Tesoro, facci sentire un bel pezzo!”. Una cattiva abitudine, devo dire. Ogni qual volta era chiamato a suonare, al povrìn tremava, sudava, si sentiva male; e nonostante questo, ogni pomeriggio era obbligato a sedersi davanti alla tastiera e produrre una lunga serie di suoni stentati. Devi sapere che mio fratello ed io siamo sempre stati molto uniti, quasi simbiotici; così, durante quei pomeriggi per lui così strazianti, io tentavo di consolarlo e di aiutarlo. Di nascosto, in gran segreto, gli sedevo accanto e dicevo sottovoce: “Ma caro, guarda, è così che devi fare”… e suonavo in vece sua, pronta a sgattaiolare con un’arietta indifferente se la mamma o il papà fossero entrati nella stanza.

Prima o poi, però, si saranno accorti dello stratagemma.

Un giorno venne a trovarci un cugino; mio papà aveva uno stuolo di parenti e casa nostra è sempre stata parecchio affollata. A un tratto mia mamma gli disse: “Ma Dio, non è che Franco gradisca molto le lezioni di pianoforte… in compenso però la piccolina lo aiuta”. E lui: “Scusa, Nina, perché non fai studiare la bambina, invece di costringere Franco a star male?”. Lei la trovò una buona idea e ne parlò con il maestro di mio fratello, il quale fu ben lieto di prendere a lezione anche me. E così avvenne che mi fece sedere davanti alla tastiera, squadernò sul leggio il metodo del Beyer, mi prese il pollice, lo mise sul Do centrale, mi pose l’indice sul Re e pronunciò le seguenti parole: “Questa è la tastiera, questo è il Do e questo è il Re”. È stato tutto l’insegnamento che mi ha dato.

Forse anche suo fratello avrebbe amato la musica, se avesse potuto fruire di suggestioni d’altro tipo…

Non saprei; Franco aveva qualità molto spiccate, senza dubbio, ma in campi diversi. Per un paio d’anni quel signore, che si chiamava Zampieri, non mi fece fare altro che do-re, do-re, do-re. E considera che io non capivo un bel nulla di quel che vedevo sulle pagine di musica; non conoscevo ancora le frazioni e neppure le addizioni, inizialmente; i valori musicali non avevano alcun senso per me. Poi, quando compii otto anni, mia madre decise di portarmi dal Maestro Ettore Campogalliani, che qui a Mantova, e non solo, era una vera autorità. Era un pianista eccellente, un compositore, fondò l’Accademia Teatrale che esiste tuttora, anche se lo si ricorda soprattutto come grande insegnante di canto. Sostenni un’audizione con lui e non ricordo proprio cosa suonai, ma ricordo benissimo che era marzo e il Maestro disse: “A giugno la bambina farà l’esame di quinto anno”.

Il che avvenne. E lei fu promossa a pieni voti.

Non è un risultato di cui gloriarsi, bada bene. Sostenni l’esame di compimento inferiore non avendo assolutamente la preparazione di chi ha studiato davvero, per cinque anni di fila, il pianoforte; di chi ha iniziato a comprendere “come” è opportuno suonare. Campogalliani m’istruì sui brani in programma ed io li imparai in quattro e quattr’otto, ma le mie mani, la mia mente, non erano educate né mature a sufficienza. E ogni volta che, da bambina, mi ritrovai di fronte a una commissione d’esame, fui promossa soltanto sulla scia dell’entusiasmo per quel che facevo con naturalezza, d’istinto, quasi contro la mia volontà. Peraltro, a me di essere promossa a pieni voti non importava un bel nulla.

Snobbava gli esami?

Macché! Ne avevo paura. Mi mettevano terribilmente a disagio. Proprio non capivo perché ero tenuta a star lì, sotto lo sguardo giudice di quella gente, anziché giocare con la mia bambola. Ero timidissima; detestavo trovarmi al centro dell’attenzione. Andai a sostenere l’esame presso il Conservatorio di Parma, accompagnata dalla mia mamma, che mi aveva fatto indossare un bel vestitino a fiori; ero un cincinino così e scomparivo in mezzo agli altri esaminandi, che avevano tutti dai dodici anni in su. Quando chiamarono: “Lusvardi!” mi avviai verso la sala intitolata a Giuseppe Verdi e vi entrai con l’aria di chiedere scusa. La commissione d’esame era schierata ed io non lo sapevo, ma si componeva d’illustri personaggi: il presidente era il compositore Luigi Ferrari Trecate, poi c’erano pianisti noti come Rina Sala Gallo, Carlo Vidusso, Lino Rastelli… uno di quei signoroni tuonò: “Cosa fai qui, bambina? Esci subito!”. Il che feci all’istante, felice come una Pasqua. Tornai dalla mamma, che mi fissava senza capire, e le dissi: “Mi hanno mandata via…”. Subito tornarono a gridare il mio cognome e di nuovo fui costretta a sgusciar dentro la sala; ma non ebbi modo di dire una parola perché di nuovo i professori, seccati, mi cacciarono. Il balletto si ripeté tre o quattro volte, finché io non scoppiai in un pianto disperato: “Voglio il mio papà, voglio il mio papà!”.

E sua madre?

Parlò con la bidella, le spiegò che la Lusvardi ero proprio io e la pregò di accompagnarmi davanti alla commissione. Quella bidella, non lo dimenticherò mai, possedeva il più bel paio di baffi neri che io abbia mai visto in vita mia, ed era comunque una bella donna; si chiamava Morini. Quando i professori appresero che quello scricciolo lì doveva sostener l’esame, rimasero di stucco; anche perché io non avevo con me gli spartiti. “E i libri dove sono?” mi chiesero. “A Mantova” risposi. “E come facciamo con il sorteggio?” dissero guardandosi l’un l’altro. “Basta che mi dite quali devo suonare… io li so a memoria.” Fu estratto lo Studio numero 10 del Cramer, sai, quello brillante, in Do maggiore, pam-papàm! E lo eseguii senza fare una piega. Poi fu estratta la terza Suite inglese di Bach, Preludio, Allemanda, Corrente, Sarabanda, Gavotta e Giga, e la eseguii senza colpo ferire; poi la quinta Sonata di Mozart… alla fine mi si avvicina Ferrari Trecate e mi fa: “Lo sai, vero, che adesso devi suonare un pezzo a prima vista?”. Io annuisco e lui mi consegna un foglietto manoscritto di un brano per bambini che aveva composto lui stesso, intitolato La ninna nanna del gatto. Io osservo lo spartitello, glielo restituisco e lo suono senza guardarlo.

Ferrari Trecate sarà rimasto a bocca aperta.

Può darsi, ma riuscì comunque a pronunciare le parole: “Vai pure, adesso”. Uscii dalla sala e tornai dalla mamma, la quale era agitatissima e voleva sapere come fosse andata, mentre io non facevo che sperare in una rapida fine del supplizio. A un tratto la porta della sala Verdi si spalancò e fui richiamata all’interno. “Cos’hai fatto?” sibilò mia madre, facendomi gli occhiacci. “Hai risposto male?” Io le giurai che non avevo fatto proprio nulla, varcai per l’ennesima volta quella soglia e fui accolta da un affabilissimo Ferrari Trecate, il quale m’invitò a sedere sulle sue ginocchia. “Potrei essere il tuo papà” disse. “Anche mio nonno!” esclamai. Lui aveva una certa età, al tempo, ed era quasi tutto pelato, proprio come il mio nonnino… “Allora, cara piccola Lucia, abbiamo pensato di darti otto. Sei contenta?” disse. “Uh, sì! Posso andare, adesso, per favore?” domandai. “Non ancora. Non abbiamo pensato di darti otto, ma nove. Sei più contenta?” Io non sapevo proprio cosa dirgli e avevo di nuovo le lacrime agli occhi. “La verità vera” concluse lui “è che ti abbiamo dato dieci, anzi dieci e lode. E adesso tu e la tua mamma verrete con noi.” Così ci recammo a casa di Luigi Ferrari Trecate, che mi fece omaggio di alcuni suoi spartiti, con la dedica.

Più o meno nello stesso periodo dovette iniziare la sua vita da “cagnolino ammaestrato”, per citare un’espressione che talvolta le ho sentito utilizzare.

Oh, Dio, mamma, che cosa tremenda, che cosa disastrosa… quant’ero infelice, quanto avrei voluto alla sera andare a nanna stringendomi al mio gatto… invece ero l’oggetto dell’attenzione dei salotti mantovani, il fenomeno musicale da spremere, il divertimento della buona società. Mancava solo che mi mettessero…

La museruola?

No, di quella non ci sarebbe stato bisogno, perché in tali occasioni non dicevo una parola. Mi mancava solo il piattello attaccato sotto il mento per raccoglier le monete; e ovviamente mi mancava la coda. Mi sentivo osservata con una curiosità disturbante, e nello stesso tempo con freddezza; mi sentivo isolata, perlopiù incompresa, se non addirittura usata. Inoltre avevo sonno. Anche mia madre, che mi accompagnava sempre alle serate musicali, era stanca, perché si alzava all’alba e lavorava tutto il giorno, eppure imponeva questo sforzo a entrambe. Bisognava farlo; le persone che contavano in città ci convocavano, e non era possibile sottrarsi.

Chi erano queste persone importanti?

Mantova annovera diverse famiglie nobiliari, come sai. La più antica di tutte, a quanto mi consta, è la famiglia Cavriani; io conoscevo di vista la marchesina Orsina, personcina dignitosa ma simpatica. Ma i Cavriani, che io sappia, non s’interessavano di musica; nel loro meraviglioso palazzo di via Trento, che purtroppo cade a pezzi, io non misi mai piede.

Ah, no? E dove la chiamavano a suonare, allora?

Un altro personaggio di rilievo era la contessa Giovanna d’Arco Chieppio Ardizzoni, mecenate e amante delle arti, che dipingeva, componeva versi in dialetto mantovano, collezionava quadri; viveva da principessa in quel magnifico palazzo che è stato trasformato in un museo… ma che io sappia neanche lei era un’amante della musica. Varcai la soglia della sua abitazione solo anni dopo, insieme a mio marito, e ricordo che portava una gran quantità di bracciali e il tintinnio preannunciava il suo ingresso in ogni stanza…

Insomma, quand’era bambina non suonò neppure a palazzo d’Arco. Vuol dirmi dove lo faceva oppure no?

Nel “salotto musicale” della contessa Maria Cantoni Marca, in via Chiassi. In quel palazzo si tenevano serate d’intrattenimenti e rinfreschi, alle quali intervenivano artisti di calibro nazionale: pittori, scrittori noti come Riccardo Bacchelli — che anni dopo divenne un caro amico — nonché diversi musicisti tra i quali, naturalmente, il Maestro Campogalliani; vi s’incontravano persone altolocate di varia provenienza e la vecchia professoressa di pianoforte, che aveva insegnato a suonare a tutti i mantovani fin dalla preistoria, non mancava mai. La contessa Cantoni, lei sì, era una vera musicista; nessuno l’aveva mai sentita suonare, ma si mormorava che fosse stata una pianista eccellente; che avesse eseguito nientemeno che il primo Concerto di Liszt, quello che inizia con la tremenda serie di ottave. Ma una volta sposata, aveva abbandonato l’attività musicale; può darsi che gliel’avesse chiesto il marito, perché noblesse oblige. D’abitudine, Campogalliani le segnalava i suoi allievi più promettenti e glieli portava a casa perché dessero dimostrazione delle loro virtù; in questo modo, lei riusciva a mantenere un rapporto con la musica. Era peraltro una bellissima signora, alta, dal portamento eretto, con una lunga chioma di un biondo naturale e un volto dai lineamenti dolcissimi. È morta quasi centenaria alcuni anni fa. Da lei, comunque, suonai una sola volta.

Come sarebbe, una sola? E tutte le altre?

A casa di coloro che la conoscevano, o avrebbero voluto conoscerla: il notaio influente, il medico noto… devi immaginare un mondo molto diverso da quello che conosci, fondato su valori pressoché scomparsi — il decoro, per esempio — e con un senso assai meno spiccato del diritto individuale e delle opportunità. Un mondo anche più piccolo, nel quale si era meno numerosi e quindi ci si conosceva meglio; un mondo caratterizzato da un provincialismo spaventoso, formato da gruppi di famiglie che creavano a loro volta un gruppo più grande, i cui confini si fermavano alle antiche mura cittadine e alle mura invisibili del censo. In ogni modo, quegli incontri sociali erano una tortura, per me. Dovevo suonare e non sapevo mai cosa suonare: non avevo repertorio. Nessuno mi aveva insegnato nulla. I miei genitori non avevano alcuna esperienza in merito alla preparazione pianistica e mi avevano affidata, in perfetta buona fede, a quello che era considerato il nume del tempo; ma io avrei avuto bisogno di tutt’altro.

Cioè, di cosa?

Di qualcuno che mi avvicinasse in modo graduale, per tappe, all’arte di suonare il pianoforte; che inquadrasse le mie doti in un sistema, che indirizzasse in modo sensato il dono che Dio mi ha dato e del quale non ho alcun merito. Luigi Ferrari Trecate mi aveva regalato, tra le altre cose, i suoi Riflessi lagunari, una composizione che mi piaceva, e qualche volta nei salotti la eseguii. Ma poi? Non poche volte mi piantai come un mulo, rifiutando pervicacemente di mettere le mani sulla tastiera; risultai antipatica e feci diverse figuracce, o meglio le feci fare alla mia mamma, che se ne disperava.

Lei crede di aver portato con sé, nella sua vita adulta, tracce di questo periodo dell’infanzia?

Tracce di che tipo? Spiegati meglio.

La figura del fanciullo prodigio mi ha sempre interessata, come sa. Mi affascina l’idea di una piccola persona che riesce ad apprendere con una velocità di gran lunga superiore a quella dei suoi coetanei, nonché di parecchi adulti; che, priva di esperienza, in alcuni ambiti si comporta come se ne avesse. E mi chiedo se, e in che modo, l’essere considerata una “diversa” possa influenzare i suoi rapporti con il prossimo.

Ti dirò… la mia maestra delle scuole elementari — che, ricordo benissimo, aveva un brufolo sulla lingua e che, Dio la perdoni, era proprio stupida — adorava vantarsi delle mie doti con i suoi colleghi. “Sapete? Questa bambina, la mia alunna, è una bravissima pianista!” cinguettava. A me faceva venire una rabbia… non volevo essere additata come una musicista precoce e promettente: quel vestito mi stava stretto. Quando mi riconoscevano per la strada, avevo voglia di scappare, di nascondermi, e non di rado lo feci; non ti dico poi quando mi mettevano sul giornale, che vergogna… la mia mamma ci teneva tanto, mentre il mio papà non faceva che dirle: “Ma lassa star la picinìna”. Lui non era ambizioso come lei; tentava di proteggermi. E quando mi ribellavo ai desideri di sua moglie, m’invitava con dolcezza a non perdere il rispetto e mormorava: “Caro al me’ tigrìn…”. Mi avevano affibbiato questo soprannome, in famiglia, perché quando ero scontenta brontolavo come una piccola fiera. Comunque, fin da allora giurai a me stessa che, se un giorno avessi avuto figli, avrei fatto di tutto per risparmiare loro quelle esperienze; per evitare che fossero feriti da sguardi e parole malevole. Perché questo è il punto, Rita: immagina cosa può voler dire, per una persona piccola e vulnerabile, ritrovarsi al centro del pettegolezzo in una cittadina di provincia… oh, no, non guardarmi così. Non sto esagerando. Quando arrivasti tu, le cose andavano già meglio. La città era più popolosa e iniziava a costruirsi una reputazione anche al di fuori; quando io, da bambina, andavo al mare, se dicevo che venivo da Mantova, “Cos’è Mantova?” chiedevano. I savèa gnanca cos’ l’era!

E invece, nel 2016, Mantova è stata nientemeno che la capitale italiana della cultura.

Il che, ripensando al passato, mi ha fatto anche un po’ ridere. E vedere, da alcuni anni a questa parte, la mia città così affollata, prima per via del Festival letterario poi di queste iniziative, vedere Mantova trasformata in un caotico va-e-vieni, in un centro, più che di cultura, di mondanità… m’infligge un’acuta nostalgia per la cittadina silenziosa e profumata di tigli della mia infanzia. In ogni modo, credo tu abbia ragione: l’essere stata trascinata da un salotto all’altro come un cagnolino deve aver condizionato la mia vita adulta. Per dirne una, ho sempre detestato impegnarmi nell’intessere relazioni sociali — attività che mio marito, Claudio Gallico, gestiva invece con assoluta naturalezza. Lui andava più o meno ovunque fosse convocato, e ne era lieto, ed io non ero lieta affatto di accompagnarlo; la sola idea mi creava imbarazzo. Una volta fummo invitati a cena da una signora che non conoscevo. Era un giorno d’insegnamento in Conservatorio e tornai a casa, il pomeriggio, che avevo la febbre a trentanove. Mi era venuta un’influenza coi fiocchi, e non c’è stato mai nessuno al mondo più felice di me di essersi ammalato, perché così potei disertare la cena! Ho sempre cercato di nascondermi, sempre… tranne che in un caso: quando mi sono dedicata al mio grande amore musicale. Non mi sono per nulla nascosta da Chopin, anzi mi sono dedicata a lui con tutta l’anima. D’altra parte, mentre mi addentravo nel suo mondo, non mi figuravo un momento successivo nel quale avrei eseguito la sua musica in concerto; ho intrapreso le mie ricerche sulla spinta di una mia personalissima, vivissima esigenza.