La sorella di Mozart

Estratto


IL REGNO DI DIETRO

I

«Ti prego, mio bene, andiamo a casa. Chiama una carrozza, presto» mormorò la donna accasciata sulla poltroncina, circondandosi il grosso ventre con le braccia. Il marito non rispose: attendeva che la pessima clavicembalista terminasse la ridicola esibizione. Nell’accarezzare i tasti,  muoveva morbidamente le spalle, sorrideva, chiudeva le labbra e le riapriva, come scoccando baci; ogni nobiluomo nella sala aveva la certezza di potersi godere quelle labbra, se avesse voluto.

«Mio tesoro, dico sul serio. È meglio andare».

«Tra un attimo» ribatté lui, mentre scattava un flebile applauso. Poi si volse e sobbalzò. «Dov’è andata?»

«Lì, guarda. Ma fate in fretta, per favore».

Lui si precipitò a raggiungere la bimbetta che, accucciata in un angolo, apriva e chiudeva ripetutamente un ventaglio. Glielo strappò di mano, la fece alzare e le assestò il vestitino.

«Sii brava, Nannerl; brava come sempre, angelo mio» pregò con un tremito d’ansia nella voce, mentre lei sgranava gli occhi azzurrissimi ed emetteva bizzarri monosillabi.

Quella bambina era strana.

«Sei pronta?»

Lei fece cenno di sì, sempre parlottando tra sé.

«Allora vai. Adesso!»

Il sussurro si perse nel venticello di chiacchiere che iniziava a sollevarsi nel salone. La bimba trotterellò fino allo sgabello del cembalo e vi si arrampicò.

«Scusate! Illustrissime signore, rispettabili signori, un attimo di attenzione».

Il cicaleccio s’interruppe e tutti gli sguardi si volsero allo sconosciuto. Non era un aristocratico; doveva essersi infiltrato attraverso chissà quale raccomandazione. Poteva essere addirittura un musicante di professione. Tra i patrizi di Salisburgo iniziò a serpeggiare un certo fastidio. Un’altra esibizione proprio adesso che si stava tornando al pettegolezzo, al corteggiamento, all’ostentazione di sé? E che musica avrebbe mai potuto produrre quella nanerottola bionda dalle manine paffute, che arrivavano appena all’estensione di una quinta?

«Sono onorato d’introdurre alla vostra attenzione questa spettacolare bambina prodigio, Maria Anna Walburga Ignatia Mozart. È una delle migliori cembaliste che abbiano mai toccato uno strumento e, incredibile a dirsi, ha solo cinque anni. Io, Leopold Mozart, suo padre, ho potuto avvedermi del suo immenso talento grazie alla mia  attività di musicista, in servizio presso la Corte di Sua Eccellenza il Principe Arcivescovo. Sarebbe stato un oltraggio a Dio stesso se tale dono fosse rimasto ignoto e non coltivato…»

Il fastidio divenne palpabile. Che il concertino iniziasse presto e finisse ancor prima e che quel saltimbanco la smettesse di farsi bello! Herr Mozart se ne accorse e rapido tornò accanto alla moglie.

D’impeto la bambina attaccò a suonare e fu come se un fulmine avesse squarciato il soffitto affrescato, e incenerito i tendaggi e gli arazzi. Quando faceva musica, la piccola Nannerl non aveva nulla di umano; sembrava ci fosse in lei una divinità primitiva, che aspettava solo di accostarsi a uno strumento per debordare e lasciare stupefatti. Le sue manine srotolavano suoni limpidi e velocissimi, obbedivano a un istinto armonico ineguagliabile e il risultato era insieme sicuro e disordinato. Il contrasto tra la sua maestria adulta e il suo corpo immaturo era strabiliante. Le sue note erano parole di un linguaggio ancora ignoto, che affascinava e disorientava. Dov’è il trucco? No, non c’è trucco. Eppure deve esserci! I blasonati si accostavano, controllavano, ammutolivano, e intanto la bimba estraeva dalla mente melodie che le ispirava il crepitio del fuoco nei camini, o l’infrangersi a terra di un bicchiere caduto dalle mani maldestre di una dama.

D’improvviso smise di suonare, senza nemmeno concludere il brano. Saltò giù dallo sgabello, corse dal padre, riprese il ventaglio e ricominciò ad aprirlo e chiuderlo, dondolandosi da un piede all’altro, bisbigliando strambi vocaboli.

L’ovazione deflagrò improvvisa e fece vacillare i vetri e le pareti. Era lo schianto di un tronco secolare, il fragore di una cascata. Le dame si fecero attorno a Leopold Mozart, che prese la figlia in braccio e la esibì a mo’ di trofeo, stringendo mani ingioiellate, porgendola a bocche imbellettate. Nannerl, tuttavia, non mostrava interesse per quell’apprezzamento: il ventaglio assorbiva tutta la sua attenzione.

Nessuno poteva udire i rauchi appelli della donna sulla poltroncina, la cui espressione s’era fatta attenta a uno straordinario rivolgimento interno; alzò la voce, ma tutti continuavano a ignorarla, finché dovette esplodere in un urlo stridulo: «Leopold! Merda secca!»

Chi la udì non parve travolto dallo scandalo; la guardò piuttosto come un esemplare di una specie aliena.

Con grande sforzo lei prese fiato e parlò ancora, reggendosi la pancia: «Leopold, ci siamo, lo vuoi capire o no?»

II

Dalla porta della stanza da letto provenivano suoni mai uditi. Erano grida e lamenti, quelli della mamma; Nannerl era in pena e non le era chiaro se suo padre e la grassona del piano di sotto la stessero aiutando o le stessero infliggendo una tortura. Perché il papà le aveva proibito di entrare? Bisognava intervenire. La bimba osservava la maniglia di madreperla sulla porta, troppo alta perché potesse raggiungerla, e avrebbe voluto essere già grande.

D’un tratto trapelò un urlo acutissimo che la riempì di terrore e la fece indietreggiare con un balzo; si udì anche la voce del padre, concitata, e quella isterica della grassona. Nannerl si rifugiò sotto il cembalo e ficcò i mignoli nelle orecchie, più a fondo che poté; ecco, non udiva più quel grido. Ma poi riemerse dalla sua memoria nella forma di un ritornello amplificato, distorto, disumano. Lei spalancò la bocca e scoppiò in lacrime.

Giunse suo padre, ma Nannerl non se ne accorse: piangeva troppo forte. Leopold dovette attirarla a sé, abbracciarla, stringerla, mentre lei si dibatteva nel suo incubo sonoro; a lungo rimasero sul pavimento accanto al cembalo, aggrappati l’uno all’altra.

Quando lei si fu calmata, lui sedette sullo sgabello e le puntò un dito sul nasino: «Figliola, promettimi che non piangerai più. Mai più, in tutta la vita. Ricorda: le lacrime sono inutili».

Nannerl annuì, asciugandosi il viso con la manica.

«Ora ascoltami. La mamma sta bene, e tu hai un fratellino».

La bimba rimase immobile e stupita.

«Sì, proprio così: un bel maschietto, tutto rosa e tutto pelato. Si chiama Wolfgang. Vuoi vederlo?»

Certo! Varcò la soglia come una freccia, ma l’immagine di sua madre la sconvolse. Era nel letto, prostrata, e anche se le sorrideva c’era qualcosa di anormale in lei; tutto era anormale nella stanza; in terra, ai suoi piedi, c’erano stracci intrisi di sangue e la grassona ce ne gettò sopra un altro, con il quale s’era appena pulita le mani. Poi però Nannerl vide la culla e il senso di orrore in lei svanì d’incanto, lasciando il posto a un intenso desiderio di scoprire quale creatura fosse racchiusa in quella cassetta. Cautamente vi si accostò e spinse lo sguardo all’interno, godendo ogni frazione di quell’istante memorabile. Wolfgang era tutto rosa e pelato, sì, e non aveva coscienza. Vagiva dalla bocca piccola e senza denti e aveva la testa allungata come un fagiolo. I suoi occhi sembravano non cogliere lo spazio attorno, i suoi gesti erano goffi e insensati; ma nello stesso istante in cui lo vide, Nannerl lo amò con tutta se stessa.