« La sorella di Mozart »


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Ouverture

Salisburgo, 21 febbraio 1777
Carissima Fräulein Mozart!
Consegno questa lettera nelle mani di Victoria, alla vigilia di una missione che mi terrà lungamente lontano dalla città, giacché desidero che abbiate tra le mani, mia giovane e deliziosa amica, qualcosa che nel frattempo mi ricordi a voi. È un desiderio audace, ne sono consapevole, ma più forte della modestia è il mio timore che quanto accaduto tra noi quella notte si dissolva nei gesti quotidiani, e non lasci tracce.
Il pensiero di voi mi ha accompagnato dal momento in cui vi ho vista dileguarvi nel buio dei vicoli. Non volevo che vi allontanaste da me, anche se sono stato proprio io a insistere; ma non sarebbe stato opportuno, ritengo, trattenersi ancora, rischiando d’essere scoperti da una ronda di passaggio. Non so quali giustificazioni abbiate fornito ai vostri familiari per il rientro tardivo e non intendo chiedervelo; sono certo che non mi abbiate coinvolto nella questione e tanto mi basta. La piccola Victoria, da parte sua, dormiva profondamente e quando l’ho pregata di recapitarvi questa mia non ha battuto ciglio. Credo anzi le abbia fatto piacere.
Fräulein Mozart cara, sappiate che è alquanto raro incontrare una persona che possieda la vostra profondità e chiarezza di pensiero, e sensibilità spiccata e viva. È stata per me una piacevolissima sorpresa scoprire queste doti in voi, giacché a Salisburgo (spero non vi dispiaccia la mia franchezza) siete piuttosto conosciuta come una donna chiusa, scostante e di temperamento collerico. Voi sapete che io non frequento i salotti del bel mondo e non indulgo volentieri nella chiacchiera; sarebbe anche disdicevole, data la mia posizione. Ma ogni qualvolta mi è avvenuto di sentirvi nominare, a palazzo, da un collega o un sottoposto, è stato per far da contraltare a vostro fratello Wolfgang: lui tanto vivace, in grado d’intrattenere ampie platee, non solo attraverso la musica, ma anche grazie a una parlantina sciolta e motti di spirito talvolta salaci; per non menzionare la sua bontà d’animo, della quale addirittura si favoleggia; di voi, invece, si afferma l’esatto contrario!
Senza mezzi termini vi dirò che la ritengo una vergogna. Per qual ragione celate al mondo i vostri lati più affascinanti e amabili, quelli che io ho avuto il privilegio di scorgere?
Tuttavia del mondo, e del pettegolezzo, m’importa poco. Ciò che conta per me, sinceramente, è darvi un segno della mia amicizia; di un’amicizia che spererei affettuosa, se mi consentite l’ardire. Sarei oltremodo lieto di godere ancora della vostra compagnia, non appena sarò tornato a Salisburgo, e fino ad allora di continuare a scrivervi, e leggere con gioia le risposte che sperabilmente mi vorrete inviare. Victoria, quando verrà a lezione di musica, potrebbe portarvi le mie lettere e per contro ritirare le vostre che poi potrebbe spedirmi, evitandovi l’imbarazzo di fornire inutili spiegazioni ai vostri congiunti.
Se però voi non nutrite gli stessi miei sentimenti, io mi ritirerò nell’ombra senza una parola e non vi disturberò oltre, non abbiate timore. Non avete neanche da opporre un rifiuto: limitatevi a non rispondermi; e vi prego, in tal caso distruggete questo foglio.
Con ossequiosa ammirazione,
Maggiore Franz Armand d’Ippold

Salisburgo, 28 febbraio 1777
Caro Armand,
Mi è venuto il sospetto che Victoria abbia letto la vostra lettera… e forse stai leggendo anche questa, ragazzaccia! Ripiegala subito e non osare impicciarti, hai capito? Altrimenti non avrai più da me una sola lezione e le tue preziose manine si ridurranno ad arbusti rinsecchiti!
Ed ecco che si leva quello specchio di scarsa condiscendenza e irrisione dietro il quale abitualmente mi nascondo, e dietro il quale ho scelto di non nascondermi a voi, signor Maggiore. Perché celarsi al mondo e rivelarsi a pochi? Credetemi, non lo faccio di proposito; ma so che, dopotutto, il piccolo universo che frequento è poco interessato al mio comportamento personale. Sopra ogni cosa preme che istruisca con perizia le giovani musiciste; e se ho una certa fama di scorbutica, nessuno dubita che sia un’insegnante capace; questo mi gratifica e mi sazia. Se un tempo, in una fantasia troppo accesa di bambina, coltivavo più alte ambizioni musicali, oggi di quel che ho sono lieta e all’arte non chiedo nulla, davvero nulla, in più.
Ma ora basta con le giustificazioni… la lettera vergata di vostro pugno è qui, accanto a me, sul tavolino, e la luce del candelabro scalda le vostre frasi già affettuose, che tanta emozione hanno suscitato in me. Una goccia di cera si è posata accanto alle parole “piccola Victoria”, quasi ad additarmele, così da farmi sorridere con aumentata tenerezza per chi porta quel nome, per chi glielo ha dato e per quell’aggettivo (perdonatemi…) un poco incongruo. Forse, mio buon Armand, Victoria sarà in eterno la vostra “piccola”; eppure ha la stessa età di Wolfgang, cinque anni meno di me; quindi ha passato i venti, ormai. Mio padre, pensate, smise di considerarmi una bambina che avevo appena dodici anni… ma adesso che ne parlo a voi, chiedo a me stessa se sia stato un bene.
Vi scrivo in verità senza controllo, nel cuore della notte che mi è amica, buttando giù i pensieri come vengono; poiché voi siete il primo che mi consenta di farlo; il primo che non mi abbia giudicata. Per questo io non temo di svelarmi a voi; e anche per questo desidero rivedervi e riabbracciarvi. Sì, vagheggio quel momento, che spero non troppo lontano, Maggiore d’Ippold; e alla vostra dichiarazione di amicizia rispondo con uguale intenso fervido calore; poiché anch’io vi ho avuto in mente dall’istante in cui ci siamo salutati, quella notte; e il pensiero di voi mi accompagna con costanza, in ogni attimo di veglia, e sono felice, sì, d’intraprendere con voi questo carteggio, felice quanto mai, forse, sono stata.
Mi fermo qui, per ora. A parte la fondamentale reciproca certezza, tutto il resto può esser da noi centellinato e goduto in ogni sillaba, in ogni batter di ciglia. Non credete, mio carissimo?
Con gratitudine e affetto,
Nannerl Mozart

Vienna, 10 marzo 1777
Mia cara, carissima Nannerl!
La vostra lettera mi ha reso felice come non ricordavo di poter essere. Voi, dolcissima giovane donna, avete risvegliato in me sensazioni che ero ormai convinto mi fossero precluse per sempre. In questi giorni ho affrontato ogni mansione a cuor leggero e persino gli altri ufficiali si sono accorti del mio stato d’animo. Grazie, Nannerl, grazie di cuore per corrispondere ai miei sentimenti! Malgrado la distanza, io riesco a sentirvi vicina, e mi pare quasi di poter accarezzare il vostro bel viso, e ricordo ogni minuto passato al vostro fianco con vivida emozione. Tuttavia non credo di conoscere le parole giuste a esprimere quel che provo; non sono mai stato bravo a disquisire di certi argomenti. L’unica cosa che posso dirvi è che anch’io vagheggio il nostro prossimo incontro e desidero fare tutto il possibile affinché il clima tra noi sia sereno, e foriero di amorevoli sviluppi.
Scrivo anche a Victoria, su un foglio separato, e le proibisco di leggere la nostra corrispondenza. Ma voi conoscete mia figlia e sapete che, per quanto tema l’autorità paterna, è abilissima nel violare con grazia i dettami che essa le impone. Dunque, nel rispondermi, ve ne prego, non dimenticate mai che la ragazza (poiché avete ragione, Nannerl cara, Victoria è ormai quasi ragazza da marito!) potrebbe “impicciarsi” (come dite voi) dei nostri scambi di pensieri ed emozioni.
Ripensando a Victoria e a quanto mi ha raccontato di voi come insegnante e musicista, e rileggendo la vostra lettera, rilevo qualcosa di stridente, qualcosa che voi esperte chiamereste una “dissonanza”. (Posso permettermi queste osservazioni, non è vero?) Voi, Nannerl mia cara, affermate di aver avuto un tempo più alte ambizioni musicali ma di averle con grazia e senza rimpianti abbandonate: è quell’assenza di rimpianto che, a mio parere, è poco convincente. So che componevate fin dalla prima infanzia (poiché me l’ha detto Victoria) e fino a qualche tempo fa (e questo è noto a tutti) vi esibivate spesso come pianista, in coppia con vostro fratello o anche da sola. Ma d’un tratto avete bruscamente interrotto l’una e l’altra attività per dedicarvi solo all’insegnamento; disperdendo in tal modo (perdonatemi se oso, ma ho ormai accertato che la mia franchezza non vi ferisce) il vostro rarissimo talento.
Davvero una scelta del genere è stata presa senza rincrescimenti? E davvero (ciò che più conta) si tratta di una scelta irreversibile? Forse, se ritornaste sulla vostra decisione, potreste riassaporare gioie che vi scalderebbero il cuore. Se vi dico tutto questo, credetemi, è solo perché la vostra felicità mi preme più della mia; anzi, perché la mia non ne è che un’affettuosa conseguenza.
Con rispetto e stima,
Maggiore Franz Armand d’Ippold

Salisburgo, 24 marzo 1777
Armand,
Il mio primo impulso è stato di rispondervi con estrema durezza, ma in seguito mi sono fatta forza e ho atteso per una settimana intera che l’irritazione scemasse in me. Di conseguenza solo adesso, e sempre tentando di non trascendere, vi dico: voi non volete che io faccia domande sulla povera Monika, giusto? La vostra dolce sposa, che purtroppo non è più tra noi, è un argomento che non mi è concesso neppure sfiorare. Allora, allo stesso modo, io vi pregherei di non fare illazioni di alcun genere sul mio abbandono dell’attività concertistica e della composizione. I vostri discorsi, signor Maggiore, sono sale sulla ferita. Una ferita che sanguina ogni giorno, perché in ogni istante, anche in questo preciso istante, esattamente come quand’ero bambina, la musica preme dentro di me per uscire; è come l’onda d’assalto di un’ubriacatura che dalle mie viscere si spinge fino alla gola e al cervello e lo fa turbinare; è una tempesta interna che non può trovare sfogo, dunque l’unica mia possibilità è ignorarla e dedicarmi ad altro. Vi è chiaro, adesso, Armand? L’insegnamento, e particolarmente a Victoria che come ben sapete è la mia migliore allieva, è l’unico angusto sentiero nel quale io riesca a convogliare e costringere questo marasma e farlo tacere, almeno per un poco. E voi, come anche mio fratello, mi venite a dire che sto sprecando il mio talento? Con quale diritto?
Perdonatemi; non sono riuscita a moderare i toni. Non so neanche se vi farò avere questa lettera. Forse farei meglio a stracciarla, e aspettare altro tempo, e in seguito fingere di aver dimenticato le vostre parole.
Nannerl Mozart

Vienna, 5 aprile 1777
Mia dolce amica (con tutto il cuore spero siate ancora mia amica),
Avete fatto benissimo, invece, a farmi spedire la vostra lettera, che ho finito di leggere in questo istante; e avete fatto ancor meglio a rimproverarmi l’indebita intromissione in faccende che non mi riguardano e delle quali non capisco proprio nulla. Vi prego sinceramente di scusarmi e vi assicuro che se ora foste qui, o se io fossi dove voi vi trovate, vi chiederei perdono in ginocchio e non avrei pace finché non l’avessi ottenuto. L’idea di avervi irritata mi tormenta, poiché è l’esatto contrario dei miei più alti desideri; è l’esatto contrario (paradossalmente) di quel che volevo ottenere. Ma la verità è una sola: se voi affermavate d’essere felice che io, tra i primi al mondo, non avessi un occhio giudice nei vostri riguardi, io invece l’ho avuto, come l’ultimo degli sciocchi, riguardo una decisione della quale voi vi siete presa ogni responsabilità; e ho anche cercato di farvi recedere da tale decisione, come per trasformarvi in qualcuno che voi, mia carissima perfetta creatura, non siete.
Mentre scrivo, di getto, il mio pensiero va avanti, correndo più veloce della penna, alla frenetica ricerca di un qualcosa ch’io possa fare per riparare. Cosa posso fare? Vi prego di cuore: ditemelo, Nannerl. E con il cuore in mano vi imploro di non tagliarmi fuori dalla vostra vita. Vi giuro che mai più farò domande o deduzioni avventurose sulla vostra musica, mai più. Ma vi supplico, lasciate ancora uno spiraglio aperto alla nostra amicizia.
Con dolore e pentimento,
Armand

Salisburgo, 15 aprile 1777
Armand caro,
L’idea di escludervi dalla mia vita non mi ha mai sfiorata, mai. Se così fosse stato, non solo non vi avrei spedito la mia precedente, ma non l’avrei neppure scritta. In effetti io desidero l’esatto opposto: desidero che voi, di me, conosciate il più possibile. Per questo, meditando sul piccolo incidente che abbiamo testé avuto e del quale sono io a dovervi chiedere perdono, mi sono sorpresa a pensare che il vostro intento di mai più parlare della mia musica non getti una buona luce sul futuro; che in esso vi sia qualcosa di erroneo (per colpa mia, e di nessun altro).
Quindi ho deciso di raccontarvi tutto. Sarò io a farlo; non lascerò che voi mi poniate domande che al momento avreste timore di pormi. Vi resta naturalmente, mio carissimo confidente e amoroso amico, la libertà d’interrompere la lettura e interloquire con me, e scrivermi d’altro, in qualunque momento lo desideriate…

Il Regno di Dietro

I.

«Ti prego, mio bene, andiamo a casa. Chiama una carrozza, presto» mormorò la donna accasciata sulla poltroncina, circondandosi il grosso ventre con le braccia. Il marito non rispose: attendeva che la pessima clavicembalista terminasse la ridicola esibizione. Nell’accarezzare i tasti, colei muoveva morbidamente le spalle, sorrideva, chiudeva le labbra e le riapriva, come scoccando baci. Ogni nobiluomo nella sala aveva la certezza di potersi godere quelle labbra: bastava chiedere.
«Mio tesoro, dico sul serio. È meglio andare.»
«Tra un attimo» ribatté, mentre scattava un flebile applauso. Poi si volse e sobbalzò. «Dov’è andata?»
«Lì, guarda. Ma fa’ in modo che duri poco, per favore.» In un balzo raggiunse la bimbetta che, accucciata in un angolo, apriva e chiudeva ripetutamente un ventaglio. Glielo strappò di mano, la fece alzare e le assestò il vestitino. «Sii brava, Nannerl; brava come sei sempre, angelo mio» pregò con un tremito d’ansia, mentre lei sgranava gli occhi azzurrissimi ed emetteva bizzarri monosillabi. Quella bambina
era strana. Pareva un po’ tonta.
«Sei pronta?»
Lei fece cenno di sì, sempre parlottando tra sé.
«Allora vai. Adesso!»
Il sussurro si perse nel venticello di chiacchiere che iniziava a soffiare nel salone. La bimba trotterellò fino allo sgabello del cembalo e vi si arrampicò.
«Scusate! Illustrissime signore, rispettabili signori, un attimo di attenzione.»
Il cicaleccio s’interruppe e tutti gli sguardi si volsero allo sconosciuto. Non era un aristocratico; doveva essersi infiltrato attraverso chissà quale raccomandazione. Poteva essere addirittura un musicante di professione. Tra i patrizi di Salisburgo iniziò a serpeggiare un certo fastidio. Un’altra esibizione proprio adesso che si stava tornando al pettegolezzo, al corteggiamento, all’ostentazione di sé? E che musica avrebbe mai potuto produrre quella nanerottola bionda dalle manine paffute, che arrivavano appena all’estensione di una quinta?
«Sono onorato d’introdurre alla vostra attenzione questa spettacolare bambina prodigio, ovvero Maria Anna Walburga Ignatia Mozart. È una delle migliori cembaliste che abbiano mai toccato uno strumento e, incredibile a dirsi, ha solo cinque anni. Io, Leopold Mozart, suo padre, ho potuto avvedermi del suo immenso talento grazie alla mia propria attività di musicista, in servizio presso la Corte di Sua Eccellenza il Principe Arcivescovo. Sarebbe stato un oltraggio a Dio stesso se tale dono fosse rimasto ignoto e non coltivato…»
Il fastidio divenne palpabile. Che il concertino iniziasse presto e finisse ancor prima e che quel saltimbanco la smettesse di farsi bello! Herr Mozart se ne accorse e rapido tornò accanto alla moglie.
D’impeto la bambina attaccò a suonare e fu come se un fulmine avesse squarciato il soffitto affrescato, e incenerito i tendaggi e gli arazzi. Quando faceva musica, la piccola Nannerl non aveva nulla di umano; sembrava ci fosse in lei una divinità primitiva, che aspettava di accostarsi a uno strumento per debordare e lasciare stupefatti. Le sue manine srotolavano suoni limpidi e velocissimi, obbedivano a un istinto armonico ineguagliabile e il risultato era insieme sicuro e disordinato. La contraddizione tra la sua maestria adulta e il suo corpo immaturo era sconcertante. Le sue note erano parole di un linguaggio ancora ignoto, che affascinava e disorientava. Dov’è il trucco? No, non c’è trucco. Eppure deve esserci! I blasonati si accostavano, controllavano, ammutolivano, e intanto la bimba estraeva dalla mente melodie ispirate dalla forma degli oggetti, dal crepitio del fuoco nei camini, dall’infrangersi a terra di un bicchiere caduto dalle mani di una dama.
Poi d’improvviso smise di suonare, senza nemmeno concludere il brano. Saltò giù dallo sgabello, corse dal padre, riprese il ventaglio e ricominciò ad aprirlo e chiuderlo, dondolandosi da un piede all’altro, bisbigliando strambi vocaboli.
L’ovazione deflagrò improvvisa e fece vacillare i vetri e le pareti. Quanto diverso dal precedente applauso alla voluttuosa dilettante! Era lo schianto di un tronco secolare, il fragore di una cascata. Le dame si fecero attorno a Leopold Mozart, che prese la figlia in braccio e la esibì a mo’ di trofeo, stringendo mani ingioiellate, porgendola a bocche imbellettate. Nannerl, tuttavia, non mostrava interesse per quell’apprezzamento: il ventaglio assorbiva tutta la sua attenzione. Nessuno poté udire i rauchi appelli della donna sulla poltroncina, la cui espressione s’era fatta attenta a uno straordinario rivolgimento interno; alzò la voce, ma tutti continuavano a ignorarla, finché dovette esplodere in un urlo stridulo: «Leopold! Merda secca!».
Chi la udì non parve travolto dallo scandalo; la guardò piuttosto come un esemplare di una specie aliena.
Con grande sforzo lei prese fiato e parlò ancora, reggendosi la pancia: «Leopold, ci siamo, lo vuoi capire o no?».

II.

Dalla porta della stanza da letto provenivano suoni mai uditi. Erano grida e lamenti, quelli della mamma; lei era in pena e a Nannerl non era chiaro se suo padre e la grassona del piano di sotto la stessero aiutando o le stessero infliggendo una tortura. Perché il papà le aveva proibito di entrare? Bisognava intervenire. La bimba osservava la maniglia in madreperla sulla porta, troppo alta perché potesse raggiungerla, e desiderava essere già grande. D’un tratto trapelò un urlo acutissimo che la riempì di terrore e la fece indietreggiare in un balzo; si udì anche la voce del padre, concitata, e quella isterica della grassona. Nannerl si rifugiò sotto il cembalo e ficcò i mignoli nelle orecchie, più a fondo che poté; ecco, non udiva più quel grido. Ma poi riemerse dalla sua memoria nella forma di un ritornello amplificato, distorto, disumano. Lei spalancò la bocca e le sue palpebre spremettero una colata di lacrime.
Giunse suo padre, ma lei non se ne accorse: piangeva troppo forte, e troppo forte risuonava la sinfonia nella sua mente. Leopold dovette attirarla a sé, abbracciarla, stringerla, mentre lei si dibatteva nel suo incubo; a lungo rimasero sul pavimento accanto al cembalo, aggrappati l’uno all’altra. Quando lei si fu calmata, lui sedette sullo sgabello e le puntò un dito sul nasino: «Figliola, promettimi che non piangerai più. Mai più, in tutta la vita. Ricorda: le lacrime sono inutili».
Lei annuì, asciugandosi il viso con la manica.
«Ora ascoltami. La mamma sta bene, e tu hai un fratellino.»
La bimba rimase immobile e stupita.
«Sì, proprio così: un bel maschietto, tutto rosa e tutto pelato. Si chiama Wolfgang. Vuoi vederlo?»
Certo! Varcò la soglia come una freccia, ma l’immagine di sua madre la sconvolse. Era nel letto, prostrata, e anche se le sorrideva c’era qualcosa di anormale in lei; tutto era anormale nella stanza; e in terra, ai suoi piedi, c’erano stracci intrisi di sangue e la grassona ce ne gettò sopra un altro, con il quale s’era appena pulita le mani. Poi però Nannerl vide la culla e il senso di orrore svanì d’incanto; provò un intenso desiderio di scoprire quale creatura fosse racchiusa in quella cassetta. Cautamente vi si accostò e spinse lo sguardo all’interno, godendo ogni frazione di quell’istante memorabile.
Wolfgang era tutto rosa, sì, tutto pelato, sì, e non aveva coscienza. Vagiva dalla bocca piccola e vuota di denti e aveva la testa allungata come un fagiolo. I suoi occhi sembravano non cogliere lo spazio, i suoi gesti erano privi di significato. Ma nello stesso istante in cui lo vide, Nannerl capì che lo amava con tutta se stessa, e che come amava lui non avrebbe amato nessun altro al mondo.

…Avete sorelle, Armand carissimo? Lo spero per voi, sinceramente. Chiunque dovrebbe avere la fortuna di conoscere un rapporto specialissimo come quello tra mio fratello e me! La mia mente e la sua vibrano all’unisono da sempre e non abbiamo mai avuto bisogno del linguaggio per intenderci. Da bambina amavo pensare che fossimo lo stesso corpo, sdoppiato per errore. Quando avevo undici anni, in effetti, un pittore italiano ci ritrasse e osservare i quadri affiancati era un’esperienza conturbante: avevamo le stesse sembianze. La stessa fronte alta con le bozze sporgenti (che lui chiamava “corna”), lo stesso ampio stacco tra le sopracciglia bionde e i grandi occhi chiari, lo stesso naso dalla punta un po’ cadente, la stessa bocca carnosa e beffarda, lo stesso mento volitivo e appuntito. Tuttavia, di carattere eravamo diversi: lui capriccioso, impertinente e all’instancabile ricerca dell’attenzione altrui; io taciturna, incerta e timorosa d’impormi. Riuscivo a esprimermi liberamente solo in sua compagnia, e in solitudine; una condizione che già allora non disdegnavo.
Nei nostri giochi eravamo re e regina di un paese immaginario, il Regno di Dietro, realtà distinta da quella tangibile eppure capace di trasfigurarla e infrangerne i limiti. Che nostalgia, Armand caro, per quel territorio incantato che non frequento più; un luogo abitato solo da bambini, ove tutti suonano e ascoltano musica tutto il giorno, tutti sono buoni e gentili e i cattivi non sono ammessi neanche a far visita. Nel Regno di Dietro ogni piacevolezza era possibile: bastava pronunciare la formula magica…

III.

«Qui vive la felicità…»
«…e niente di male accadrà!»
La rima rimbalzò sulle strette balconate del cortile, schizzando verso l’alto, fino a raggiungere lo spicchio di cielo a forma di pentagono e polverizzarsi tra le nuvole.
Ogni azione aveva un suono e ogni suono aveva un senso per Wolfgang e Nannerl. I rumori del traffico su Getreidegasse, il chiacchiericcio nasale di due donne alla finestra, lo sciacquettio delle porcherie lasciate cadere da un pitale; lo sfregare dei piedi sui ciuffi d’erba, lo strusciare delle gonne e sottogonne di Nannerl, il silenzio sospeso allorché le sollevava a scoprire gambe lunghe e coperte di lividure. E poi il ritmo svelto della corsa, lui davanti e lei dietro, da vero maschiaccio, i capelli sciolti e spettinati; e il frantumarsi della montagna di spazzatura in cima alla quale svettava la sedia del re, sulla quale Wolfgang si arrampicava tronfio, con una corona di foglie sulla testa e uno spadone di giunchi tra le mani.
«Maestà, io non ho fatto niente di male» gridò Nannerl.
«Quando parli con il tuo re, devi metterti in ginocchio!»
Un tonfo, e la bambina era carponi. «Pietà. Io non ho colpe, mio sovrano.»
«Non è vero! Tu non vuoi bene a tuo fratello.»
«Invece io lo adoro, Maestà Serenissima» dichiarò abbrancandogli i piedi e sbaciucchiandoli.
«Va bene, ti perdono. Sei di nuovo la mia regina» disse il tiranno con magnanimo cipiglio e scese dal trono per batterle lo spadone su una spalla. Ma in quel momento, come un castello di carte, la montagna di rifiuti si sgretolò e una lunga barra di metallo cadde al suolo. Ogni rimbalzo era una fitta lancinante ai timpani. Strizzando le palpebre e cacciando fuori le lingue, i due bambini fremettero e non appena l’ultima vibrazione si fu estinta emisero all’unisono un sospiro:
«Che brutto si bemolle».
Dalla finestra del terzo piano si affacciò la madre e il suo strillo acuminato fu il colpo di grazia: «Nannerl! Wolfgang! Subito a casa».

IV.

«Quando papà lavora, dovete fare silenzio» sbraitò Anna Maria Mozart appena vide i figli sulla porta, continuando a strofinare il pavimento. «E tu che sei più grande, devi badare anche a tuo fratello. Vuoi legarti quei capelli che sembri una strega?» Sfilò un pettine dalla propria acconciatura e le si avvicinò, ma per la via incontrò il secchio dell’acqua lercia e lo urtò con lo zoccolo, facendone schizzare fuori un’ondata.
«Merda secca» gridò levando i pugni al cielo. Torreggiava spaventosamente come l’enorme statua di una dea, un’Era pronta a trasformare i figli in topi e l’acqua sozza in un mare in tempesta; ma anziché dardeggiare scoppiò a ridere.
Subito i figli le fecero eco, e con quale piacere! Wolfgang zampettava attorno alla pozza e la sua risatina faceva vibrare i calici sulla mensola; la risata di Nannerl era grave, invece.
«Piano, bambini, piano» implorava la mamma «che papà s’arrabbia. State zitti, per carità…», ma mentre lo diceva ghignava, ed era poco credibile. Li spinse per il corridoio a mezzo di amorose pacche sul sedere. «Andate in camera da letto e state buoni e zitti, va bene?» Poi tornò sulla soglia della cucina e appena vide il pantano in terra le passò la voglia di ridere. Esausti, i piccoli si buttarono sul gran letto nel quale entrambi erano stati concepiti e partoriti. Rimasero a lungo immobili, fissando il soffitto che la loro immaginazione spalancava fino al cielo, mentre un tappeto d’archi s’insinuava dalla porta con la maniglia in madreperla. Fu Wolfgang il primo ad aprir bocca. «Io da grande voglio fare il cocchiere. Guiderò la mia carrozza fino in cima alle montagne. Anzi,
fino in cima alle nuvole.»
«Io da grande voglio fare la musicista.»
«Che c’entra? Quello, anch’io. Ma tu non ci riuscirai.»
«Perché?»
«Perché farai la mamma. Avrai un mucchio di bambini e al massimo sarai una maestra di musica.»
«No, io i bambini non li voglio. Nemmeno uno. Mi basti tu.» Protese una mano a fargli le coccole, ma urtò un grosso oggetto a forma di pera nascosto tra le coperte. «Cosa ci fa, qui, il tuo violino nuovo?»
Lui fece spallucce e strinse a sé la custodia dello strumento, come si stringe una bambola.
«Me lo fai provare, Wolfgang?»
«No. È mio!»
«Fammi pizzicare le corde, almeno; voglio sentire il suono.»
«Tu non lo devi nemmeno toccare.»
«E dai, Wolfgang, fallo provare a me. Tu ancora non lo sai suonare.»
«Io lo so già suonare.»
Gli rise in faccia. «Ma chi credi d’essere? Non hai preso neanche una lezione.»
Un lampo di sfida brillò negli occhi del bimbetto, che in un attimo era salito sullo sgabello e aveva fatto scattare la maniglia. Lei balzò in piedi e tentò di acciuffarlo ma lui era già nel mezzo della sala, alle spalle del quartetto d’archi, brandendo il suo violino come l’arcangelo Gabriele brandiva la spada fiammeggiante.
«Fermo, fermo! Non vedete che lì c’è un “Crescendo”?» diceva Herr Mozart al secondo violino, un uomo dalle gote rubizze per qualche bevanda di troppo. «Se l’intensità cala in quel punto, crolla tutto. Concentrazione!»
«Papà, lo faccio io, il Crescendo!»
Leopold ebbe una smorfia di fastidio. «Anna Maria, vieni a prenderti Wolfgang…»
«Il mio papà ha ragione» strillò il bimbo. «Quella frase si deve sentire bella forte. Tu stavi suonando da fare schifo. Sono più bravo io!»
Tra i suonatori comparve qualche sorrisetto e Leopold si colmò di paterna indulgenza. «Andiamo, cosa ne sai? Quando saprai suonare, ti farò fare una prova insieme a noi. Ora torna a giocare con tua sorella.»
«Herr Mozart, perché invece non lo fate provare?» domandò il musico avvinazzato, per poi lanciarsi in un sublime esempio di umorismo: «Siamo tutti ansiosi di ascoltare l’interpretazione dell’illustrissimo Maestro Wolfgang Mozart!». Scoppiò una risata clamorosa. «E va bene!» disse Leopold. «Prova la parte del secondo, ma così piano che nessuno possa sentire i pasticci che farai senz’altro.»
Nannerl s’era nascosta accanto alla porta e sotto il suo sguardo incredulo i musicisti attaccarono e il fratellino si accodò, seguendo lo spartito. Il violinista lo sorvegliava, ridendo sotto i baffi, ma la sua espressione dovette presto mutare. Wolfgang suonava bene. Imitando quanto vedeva fare dagli adulti, infilava una nota dietro l’altra; magari sbagliava la diteggiatura, ma il suono era rotondo. Possibile che non avesse mai preso in mano un violino? Possibile che avesse solo sei anni? L’uomo depose il suo strumento, stupefatto, e Wolfgang continuò a eseguire la parte per conto proprio, senza incertezze. Anche gli altri smisero di suonare, uno per volta, fissando esterrefatti il portentoso frugoletto che suonava con sempre maggior naturalezza. Leopold, esperto docente, autore di un metodo che aveva fatto il giro d’Europa, avrebbe giurato davanti a Dio che una cosa del genere non fosse possibile; e adesso era suo figlio a realizzarla sotto i suoi occhi! Quale istinto superiore aveva suggerito la tecnica violinistica al suo prodigioso bimbetto? Forse Dio stesso!
Wolfgang terminò il brano e chinò il capo in segno di ringraziamento, quasi fosse già un consumato concertista. Pazzo di gioia, il padre lo prese tra le braccia e lo fece volare.
«Signori, mio figlio è un miracolo! Mio figlio è un miracolo divino.»
«Herr Mozart, il mondo intero deve conoscerlo» gridava il violinista. «Portatelo in tournée! Fatelo suonare alle corti dei re.»
Nannerl spalancò la porta e si mostrò. Dunque suo fratello aveva aperto la strada, e meno male che c’era lui, che ne aveva il coraggio; dunque era consentito irrompere nelle prove musicali degli adulti e suonare assieme a loro; e dunque, se si era bravi, si poteva essere applauditi. Afferrò il violino del fratello e attaccò un brano virtuosistico e veloce.
Nessuno la guardò né parve accorgersi di lei. Il gruppetto, Leopold in testa, se ne andò portando il bimbo in trionfo e Nannerl, nella sala deserta, continuò a suonare per se stessa.